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IL CANTO DEL CORO DELL’UNIVERSITA’ CATTOLICA: “la tensione del pregare … e l’audacia di interpretar musica che l’orecchio non aveva mai saputo” (E. Saracino)

 


T. L. de Victoria, Missa IV toni a 4 v.m., Kyrie. Coro dell’Università Cattolica di Milano diretto da Angelo Rosso (S. Ambrogio, giugno 2009)

La figura del grande polifonista spagnolo del XVI secolo, Tomas Luis de Victoria è stata costantemente al centro della più che trentennale attività artistica del Coro dell’Università Cattolica (1978 – 2011). Centrale è stata anche la Missa IV toni di De Victoria cantata ripetutamente in particolari circostanze, a partire dal 30 maggio 1988, anno in cui venne eseguita per la prima volta nella Basilica di S. Ambrogio di Milano per celebrare il decennale della fondazione del Coro. Il 10 giugno del 1990 la messa venne eseguita nella Chiesa Evangelica Luterana di Kӧnigsberg (Ufr) nell’ambito della 24° stagione Die Fränkischen Orgeltage (1966 – 1998). L’8 giugno del 2004 e ancora nel giugno del 2009, è stata cantata durante l’annuale concerto “Il canto di Ambrogio” promosso dal coro presso la Basilica di S. Ambrogio, e poi durante alcune solenni celebrazioni eucaristiche. L’ultima esecuzione è avvenuta il 15 maggio del 2011 in un concerto vespertino nella Chiesa di S. Alessandro a Milano.

Appunti e considerazioni per una scelta

Tomas Luis de Victoria visse a Roma fra il 1565 e il 1594 e perciò fu assai sensibile agli insegnamenti e agli spiriti della grande scuola romana. Ma un misticismo integrale che lo tenne lontano da qualunque forma di composizione profana che gli fece giudicare la musica come un’attività umana stretta debitrice di Dio … e l’aria respirata nella sua città di origine, Avila, in mezzo a gelidi venti che soffiando da due “sierre” vengono a urtarsi sui muri grigi di innumerevoli chiese e conventi; quel senso di abbandono che lassù, a oltre mille metri dal mare, inchioda Avila alla tavola gialla dell’altopiano, quelle fiammate di sole accecante ch’entrano per le finestre oblunghe che non sono mai capaci di scacciare da case e monasteri un gelo eterno e ormai secolare: tutto ciò è fissato per sempre nella memoria di Ludovico e vi si ravviva il gusto spagnolo per la dolorisità dell’idea religiosa.” (Giulio Confalonieri, Storia della musica)
Da giovane ha respirato il clima spirituale che nella sua cella di pietra la colta e tenace Teresa d’Avila viveva misticamente come “sposa di Cristo”. I testi mistici di Santa Teresa d’Avila sono tra i più chiari, potenti, poetici che siano mai stati scritti, una vera parusia di Dio nel femminile.  La volontà di De Victoria di stabilire un personale colloquio musicale con tale fortissima esperienza spirituale gli permise di impregnare indelebilmente l’intera sua genialità artistica.
Nelle sue opere la mirabile purezza del contrappunto romano si genuflette molto spesso ai piedi della Croce. Tante sono le composizioni dedicate al tempo di Passione. In questi brani, la disposizione delle parti polifoniche è preferibilmente ravvicinata, compatta, quasi “ temesse distrarsi da una contemplazione centrale” (Confalonieri). Il coro delle voci predilige i registri bassi, le tonalità più scure, tale da sembrare un quartetto di viole. Solo a tratti, sopra questi suoni raccolti, fa capolino qualche intervallo melodico più ampio, qualche urto di seconde minori che richiamano alla mente le Saétas spagnole, interpretazioni popolari della Passione e supplizio di Cristo. 
Queste alcune riflessioni che ispirarono la scelta della mistica Missa “quarti toni” per la celebrazione del decimo anniversario di fondazione del Coro dell’Università Cattolica e che venne eseguita nella Basilica di S. Ambrogio di Milano il 30 maggio del 1988.

Lunedì 30 maggio 1988 – ore 21
Basilica di S. Ambrogio
I dieci anni del Coro dell’Università Cattolica
celebrati con la prima esecuzione a Milano della
Missa IV toni di Tomas Luis de Victoria
e i mottetti mariani di don Pietro Allori
con la partecipazione dell’organista Wilhelm Krumbach.
I mottetti mariani sono stati eseguiti dal Coro dell’U.C. insieme alla
Schola cantorum di Carate Brianza

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Programma di sala del Concerto del 30 maggio 1988

J.S. Bach – Fantasia e fuga in la minore BWV 904

Wilhelm Krumbach, organo

Esecuzione nella Basilica S. Ambrogio di Milano 30 maggio 1988 su Truhenorgel “Oberlinger”

Manual1, C – d ‘ ‘ ‘
Copula 8′
Gedackt 4′
Flote 2′
Quinte 1  1/3’
Cymbel 1-2fach
Carillon 3-fach Disk.

APPUNTI PER UN COMPLEANNO di Egidio Saracino

Come leggere il senso d’una cifra, d’un’età? Certo, dieci anni son poca cosa nel computo anagrafico d’una vita. Ma nel cammino, costante e continuo, d’un’esperienza, dieci anni son forse il segno d’una cosa che resta oltre l’effimero. E, allora, la lettura di quest’età ha il senso della meravigliosa stupefazione delle sfide che non temono lo scorrere del tempo. E, pure, quest’età mostra tanta saldezza quanto fragili sono oggi i contorni delle azioni che vanno a frangersi contro lo scorrere del tempo e che sopravvivono poco alla moda d’una stagione. Oggi festeggiamo il Coro dell’Università Cattolica al compimento dei suoi dieci anni e c’è meravigliosa stupefazione in codesto compleanno. Una cosa è certa: questo nostro amico in festa non è passato come una moda di stagione, non s’è accontentato del molto d’effimero a portata di mano, non ha temuto lo scorrere del tempo. Giacché oggi siam qui a festeggiarlo. A questo nostro amico dobbiamo, innanzitutto, dei ringraziamenti. Ci ha insegnato il gusto della sfida, del rischio, dell’avventura. E ci ha fatto testimonianza d’un lavorio continuo, faticoso, troppo spesso segreto ma anche utilissimo, per poi donarci l’audacia d’un interpretar musica che l’orecchio non aveva mai saputo. È forse questo il senso dell’esperienza avviata dieci anni fa da Angelo Rosso: il segno d’un far polifonia sacra nella silenziosa prospettiva d’un “servizio”. E quant’altri segni ancora possono risalire il sentiero della memoria a coloro i quali, come me, si son fatti del Coro della Cattolica compagni di strada – spesso inutili, ma pur sempre tollerati – per un cammino dai diversi traguardi. C’è lo stile, innanzitutto. Che è la coscienza di mai lasciarsi andare al gioco dell’esibizione. Lo sanno bene tutti i cantori che hanno attraversato questi dieci anni, e han vissuto non la casualità del concerto, ma la tensione del pregare. È questo lo stile del Coro di Largo Gemelli: il riconoscersi, cioè, in un’espressione di polifonia che non s’è mai disgiunta dalla sua collocazione liturgica. Ed è qui il segreto di certo De Victoria, o di certo Palestrina, o di certo Byrd, cantati sotto arcate di chiesa non come pozzi da museo, come lingua d’un arcaico passato, ma nella coscienza d’un pregare che non deve conoscere tramonto. Da codesto centro gravitazionale è facile scorgere quel fossato che corre tra il Coro della Cattolica e tutte le altre esperienze corali antecedenti, coetanee o successive: innanzi al cantare per ambizione d’esibirsi, s’oppone il semplice e umile cantare di preghiera; avanti agli spazi della presenza concertistica da troppi costantemente ricercati, vien posto il più pregnante raccoglimento della paraliturgia. Ad Angelo Rosso ho più volte bonariamente rimproverata la scelta di spiritualità che tiene lontano il suo Coro dal giro dei grandi eventi. Adesso so di aver torto, giacché i risultati di certe interpretazioni ricche di spessore e di interiore intensità sortiscono proprio da quella spiritualità che accompagna il Coro nello studio dei suoi autori. Un segno di questi dieci anni trascorsi non vanamente viene dalla maggiore e più diffusa – almeno in terra ambrosiana – sensibilità culturale e musicale verso il repertorio della grande polifonia. Senza volerlo, il Coro s’è fatto modello a tante formazioni che ormai da sei anni trovano anche uno spazio comune per la riflessione religiosa come per l’analisi stilistica, per il confronto espressivo come per la ricerca sonora. Sono i tre appuntamenti annuali “inventati”, si fa per dire, da Angelo Rosso sotto le navate basilicali di Sant’Ambrogio: Santa Cecilia, in tempo d’Avvento, a riflettere sulla purezza di forma e di contenuto della musica liturgica; Christus in ecclesia cantat, in vigilia della Domenica delle Palme, a testimoniare il senso mai smarrito della schola nel servizio liturgico e a rivendicarne il ritorno ad antichi ruoli; la Giornata dell’Università Cattolica, a rinsaldare coll’ateneo di Largo Gemelli legami d’appartenenza come a medesima famiglia, concorrendo, in armonia con le altre istituzioni universitarie, al supporto spirituale degli studenti. C’è un’altra verità profonda che illumina questi dieci anni e che dà al Coro, come s’è detto, il senso delle cose che restano oltre l’effimero. Non possiamo non riconoscere come l’umile e silenzioso lavoro del Coro e del suo direttore abbia contribuito nel nostro Paese ad allargare gli orizzonti della cultura musicale con una più approfondita conoscenza del grande repertorio polifonico sacro. Ed è qui che scorgo il gusto della sfida, del rischio, dell’avventura. Pensiamo al nome di Tomàs Luis de Victoria e pensiamo alla meravigliosa stupefazione innanzi alle pagine che il Coro ci ha schiuse. È proprio nel nome del polifonista spagnolo che s’è avviato il mio personale innamoramento del Coro di Angelo Rosso. Ricordo quel Caligaverunt, agghiacciato nel silenzio d’un servizio paraliturgico in memoria di un giudice assassinato, scendere a scavare i suoni e le voci, quasi punte secche d’incisore solchi di dolore che la circostanza medesima dell’ascolto rendeva più lancinante. De Victoria, dunque. Un autore che Angelo Rosso ha elevato a proprio oggetto di studio, come in un intendimento di filiale devozione. Dallo Spagnolo è partito cammino che or compie dieci anni, attraverso un’intelligente metodologia di lavoro, per tappe di progressiva salita verso le vette più alte. Si incomincia, negli anni a ridosso della fondazione, con i Mottetti, i Responsori della Settimana Santa (eseguiti tra il 1978 e ii 1979) e i pezzi mariani (Natale 1980). Poi c’è il balzo verso la Missa Dum Complerentur che, dal 1980 al 1983, al Coro costa tre anni di immani fatiche, E ricordo, in questo canto, voci che si fanno attesa e trepidazione per la discesa prossima dello Spirito Santo. Ricordo il valore d’un’interpretazione che lasciava leggere in trasparenza significati non scritti, ma pur tutti evocati nel gesto contrappuntistico delle parti. La grandezza del De Victoria mi si svelava così, in quella luce che continuamente dai soprani spioveva – quasi tenero lumeggiare aurorale – per colmare i vuoti e i silenzi o, più semplicemente, per dare intreccio d’espressione con altre voci. E quale più corretta visione poteva darsi d’un canto che è preghiera di Pentecoste? Poi, ancora, un’altra vetta è raggiunta col capolavoro dell’Officium Defunctorum, (eseguito nel 1983), nel mentre, in parallelo, il Coro s’accinge alla fatica dello studio di William Byrd e di Pierluigi da Palestrina. Fra il 1932 e il 1987 si completa la ricerca interpretativa della polifonia sacra del Cinquecento. E non a caso la scelta di Angelo Rosso cade, dopo De Victoria, su Byrd e su Palestrina. È ben individuata così una trilogia di protagonisti della scuola polifonica della Controriforma. Ma sono anche ben segnalate le collocazioni di ciascuno all’interno delle proprie ragioni di fede e di storia. Sono distanze minime. Talvolta si tratta di leggeri sentori espressivi che, pure, il Coro riesce a farci catturare. Saràcerta ridondanza di volumi sonori nello Spagnolo. Sarà, nella Messa a cinque voci dell’Inglese, il goticismo povero ma intenso di chi sa di comporre in ambiente ostile. Saràla monumentale certezza del Romano a illuminare, piuttosto che a proclamare, gli articoli della fede, attraverso i Mottetti, la Messa Mantovana e la Missa Lauda Sion. Ma saràanche la meravigliosa stupefazione della scoperta di linguaggi – come nello studio recentissimo della Missa Quarti Toni del De Victoria – ormai proiettati verso le stagioni musicali prossime venture e che trovano nel bilico tra diatonismo e cromatismo, tra modalitàe tonalità, momenti di pudica languidezza sonora.

E forse nasce da codesta proiezione nel futuro anche quell’affacciarsi del Coro sulla polifonia barocca, sperimentata nella Messa di Madrid di Domenico Scarlatti, nel 1985 registrata e trasmessa da Raitre, e che resta anche finora il solo documento discografico del Coro, edito in Germania, dove s’era fatto conoscere nel 1983 con la Dum Complerentur e dove, nel 1987, coglierà ancora un significativo successo con la Missa Lauda Sion di Palestrina e con l’Officium Defunctorum di De Victoria (trasmesso dalla Radio di Magonza). Ma c’è un autore dei nostri tempi che ha attraversato come una presenza costante questi dieci anni del Coro di Largo Gemelli. È Pietro Allori, sacerdote e polifonista, alla cui musica Angelo Rosso mostra una particolare sollecitudine. Non è, certo, per i legami di parentela che lo legano all’Allori, scomparso qualche anno fa, che il direttore del Coro della Cattolica s’è fatto testimone della musica del maestro di cappella della cattedrale di Iglesias. È piuttosto la scoperta di ritrovare in questa polifonia le idealitàche, scavalcando il tempo e la storia, la accostavano alle grandi stagioni del passato. Ma son pezzi – penso all’O vos omnes o alle toccanti Sette Parole di Cristo in Croce – di una modernità d’espressione per il continuo procedere in ambiti cromatici che richiedono costanza d’intonazione e incisivo rapporto tra suono e parola. Ed è un buon esercizio, una palestra in cui il Coro è cresciuto e continua ad allenarsi. Dunque, i dieci anni di questo nostro amico sono tutti in questa sfida. Sfida di cultura, di stile, di presenza. Nell’istante in cui si sono ammassate le mode d’un canto sacro entrato a far cassetta dei mercanti della musica, Angelo Rosso “inventa” il Coro dell’Università Cattolica per incamminarsi su altra strada, la strada antica: del canto sacro che è soprattutto preghiera e può essere, forse ancora oggi, motivo di conversione. Anche certi segni di lavoro – come il completare lo studio o l’interpretazione delle grandi Messe polifoniche con la monodia gregoriana del “proprium” relativo – ci danno contezza del valore di questo cammino: mai disgiunto dal fondamentale significato della liturgia. Ed è proprio ciò che dà al Coro della Cattolica il senso delle cose che restano oltre l’effimero. Senza temere lo scorrere del tempo. Come l’ippocastano del cortile di Largo Gemelli, che, maestosamente saldo, dura ad ammonirci delle misere cose quotidiane.

 

Egidio Saracino

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