Concerti

Flores de Musica dell’eccellentissimo polifonista spagnolo Tomàs Luis de Victoria nel IV centenario della morte (1611-2011)

Monastero Benedettino San Pietro di Sorres – Borutta (SS)

Sabato 8 ottobre 2011 – ore 20

Tomàs Luis de Victoria (1548 – 1611)

Missa IV Toni

programma del concerto

Brevi note critiche sulla “Missa IV Toni”

di Tomàs Luis De Victoria (1548 – 1611)

L’essenza e gli aspetti qualitativi che assicurano al compositore castigliano un posto tra i grandi compositori, sono la “vigorosa concentrazione, l’incedere drammatico e il tono in un crescendo estatico e tragico”, stando a critici classici quali Collet, Trend e Wagner e altri musicologi contemporanei. Tuttavia De Victoria operò come Palestrina in tutta la gamma delle diverse emozioni; secondo il re del Portogallo Giovanni IV (1604 – 1656), musicista e bibliofilo, che del compositore di Avila conosceva l’intero repertorio, egli non solo seppe piangere sulle sofferenze della crocefissione, ma seppe esultare nel trionfo della Pasqua. Nella sua emozione religiosa vibra una spiritualità intrisa di misticismo ed espressa con rigorosa severità di linguaggio che, come in Cristobal de Morales (1500 – 1553), portò l’abulense a cantare i misteri della Redenzione, usando uno stile compositivo non contaminato dall’arte profana. Ma i profondi valori espressivi della sua opera promanano inoltre dall’amalgama tra lo spirito nativo della sua terra ed elementi tipicamente romani, da lui assimilati durante il suo soggiorno nella città dei Papi. Un drammatico misticismo investe, talvolta, le sue creazioni; a tale misticismo dobbiamo rifarci per comprendere la “Missa IV Toni” che oggi verrà eseguita.

Scritta alla fine del 1591 e pubblicata l’anno successivo, è l’unica delle 20 messe composte da De Victoria concepita come creazione libera: delle restanti 19 infatti, 15 sono rielaborazioni e 4 sono parafrasi. La Messa appartiene dunque al periodo della maturità artistica del De Victoria, agli anni appartati del suo definitivo ritorno in Spagna (1587 – 1611). L’abbandono di Roma, voluto dal De Victoria, comporta nuove situazioni esistenzialmente ed emotivamente rilevanti per un’anima incline al misticismo, ed è indice di una compiutezza artistica frutto della ricerca di un linguaggio più espressivo nel canto liturgico, che tiene conto dei principi dell’Umanesimo spagnolo coniugati con la levigata forma musicale appresa dal Palestrina. A ciò si deve aggiungere il suo modo di sentire profondamente la condizione sacerdotale, come raccoglimento, contemplazione, misticismo: quel misticismo sofferto e a volte dolorosamente sensuale che sottende la vita e gli scritti della grande conterranea del musicista, Teresa d’Avila.

E’ in tale temperie umana, artistica e religiosa che nascono le sue “Missae 4,5,6 et 8 vocibus…”, liber II, pubblicate a Roma nel 1592 e dedicate al cardinale Alberto, figlio dell’imperatrice e arcivescovo di Toledo, di cui la “Missa IV Toni” fa parte. Esprimere la propria sensibilità artistica attraverso i grandi testi liturgici della Chiesa (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Benedictus, Agnus Dei), esprimere tutto ciò con il linguaggio musicale severo tipico della tradizione polifonica spagnola, legata anche agli influssi della musica popolare: è il risultato di un modo di sentire in termini “individuali” una musica che sino ad allora, in campo liturgico, obbediva in modo stretto ali’oggettività imposta dall’ “Ars perfecta” rinascimentale. Ed è qui il distacco profondo dalla scuola di Palestrina e di Lasso: De Victoria assume il testo sacro come messaggio di profonda intensità da rivivere ogni volta con coinvolgimento, con una spiritualità che si veste di accenti intimamente patetici di contenuta drammaticità. Si configura così la più veritiera concezione di De Victoria: una musica semplice e lineare, spesso arricchita da un appassionato senso del dolore con residui di indubbio arcaismo, dove l’architettura classica del discorso mai s’incrina e l’attenzione al rigore del contrappunto, un contrappunto vivo e scosso da fremiti dissonanti, si fa sempre più precisa. Dunque, un musicista che sente il Seicento senza volerne assimilare i nuovi modelli, un artista profondamente fedele a un suo ideale cinquecentesco di pura bellezza, ma che avverte il graduale tendere verso la tonalità e le armonie piene e dense di colore.

La “Missa IV Toni” riassume tutte le caratteristiche sin qui evidenziate. Possiamo ancora aggiungere che, per quanto di libera ispirazione, questa Messa si ricollega al mottetto “Senex puerum portabat”, pubblicato da De Victoria nel 1572. Una prassi accettata da tutti i compositori di polifonia sacra. Tuttavia De Victoria, obbedendo alla sua particolare concezione, non utilizza integralmente il mottetto, ma soltanto quella parte che più si confà all’intenzione liturgica. Da qui la singolarità della composizione: grazie all’uso di figurazioni contrappuntistiche, nel gioco delle imitazioni si rivela, oltre alla sapienza di linguaggio, una espressione allo stesso tempo umanamente sanguigna e mistico-teologica. Aspetto già avvertito nei “XVIII Responsori della Settimana Santa” (1585), ma che nella “Missa IV Toni” acquista anche il significato di una quasi inarrestabile esigenza a conferire più colore all’amalgama polifonico, pur nell’accentuare le differenziazioni timbriche delle varie sezioni corali. Un preludio, quindi, di quel passaggio dall’ “Ars perfecta” rinascimentale alla “poetica degli affetti” del primo Barocco. Un De Victoria che, pur avvertendo i primi sensualismi seicenteschi, riflette sulla possibile oggettivazione della musica per il culto e sull’intrecciarsi di questa con l’espressione artistica soggettiva.

Ma è in tale ricerca che, a nostro avviso, si realizza un sublime sortilegio: l’umanizzazione crescente della sua musica coincide con una sempre più nitida trasfigurazione del dramma umano; i suoni creati rivelano l’opacità della materia e il luminoso del divino: terra e cielo tentano di congiungersi. I valori espressivi dell’emozione religiosa intensamente vissuta dal compositore, traspaiono nei testi che rivelano il senso pieno della terra e quello del cielo così come indica la liturgia della Chiesa.

Si presti attenzione, tanto per esemplificare al primo Kyrie, caratterizzato da una figurazione contrappuntistica e melismatica ascendente che ci immerge in un clima di suggestiva e vibrante bellezza con la sua  sinuosità che ci rivela il senso dell’ascendere mistico verso Dio. Il discorso musicale è caratterizzano dal più esemplare e forbito diatonismo e si presenta con la più schietta naturalezza. De Victoria manifesta così  la volontà e l’attenzione a non forzare le modulazioni, per far emergere sia la levigatezza del contrappunto che la pregnanza armonica, quest’ultima soprattutto evidente nelle cadenze. Così la tonalità aleggia nella prima parte del Gloria, ma nella seconda parte riemerge lo stile caratteristico e più propriamente cinquecentesco dell’abulense, con il mistico “qui tollis peccata mundi” contrapposto all’embrionale fuga del “cum sancto Spiritu”, identica all’ “et vitam venturi saeculi” del Credo. La più collaudata arte rinascimentale riemerge nel Sanctus, la cui maestosità richiama la grandezza di una cattedrale; raggiunta nell’arco di non molte battute, cede il passo subito dopo allo stile melismatico del Benedictus a tre voci. Si giunge infine all’abbandono del “Dona nobis pacem” che, nell’espressione del De Victoria della IV Toni, non si configura come emozione scaturita dall’invocazione della pace terrena, ma assume il significato di perorazione della pace celeste.

Fernando-Vittorino Joannes e Angelo Rosso

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