Archivum Musicae, Attività

Arriva un altro Natale – Respirare la Natività

Arriva un altro Natale, festa di vita e di luce, in una stagione in cui l’uomo non riesce più a saper ascoltare e discernere.

Il desiderio di una esperienza autentica di Dio riaffiora, ma alcuni fattori culturali interni anche alla stessa Chiesa non assecondano tale desiderio e spesso disorientano le nuove generazioni.

Come scrive André Louf, abate per oltre trenta anni dell’abbazia trappista di Mons-de-cats, il vangelo è ridotto a un’ideologia, altre volte ad attivismo, e oggi più di ieri a un legalismo moralista.

Il Natale è la stagione dell’anno che può indurci a ripensare la vita con il cuore che si apre alla meditazione della Parola e a gustare il sapore della speranza. È la stagione in cui possiamo capire meglio, se lo vogliamo, i nostri veri affetti, quelli autentici che si trovano in fondo al cuore di ciascun uomo.

In questo solco vale davvero la pena di leggere, o di rileggere, alcune bellissime pagine scritte da Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, nel suo libro Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi, 2010). A pag. 66 ha inizio il paragrafo dal titolo “La notte dell’attesa” che fa parte della sezione “I giorni del Presepio”.

Da un po’ di anni, al sopraggiungere dell’Avvento — spontaneamente — mi interrogo sui profondi mutamenti che ha conosciuto nel corso della mia esistenza, in un paese di antica presenza cristiana come l’Italia, il tempo che precede il Natale e mi domando: chi riesce ancora a vivere il Natale nella sua dimensione di mistero, di evento della fede? Infatti, già dopo la festa di Ognissanti e la memoria dei morti — diventata per molti una carnevalata contemporanea — il Natale si preannuncia come la festa imbandita dai commercianti: è la chiamata alla corsa per gli acquisti e i regali, alla ricerca di cibi sempre più ricercati, inediti e costosi, al lusso da ostentare e all’organizzazione delle “feste” da protrarsi almeno fino all’Epifania. Ormai c’è un’ideologia del Natale e tutto concorre a che non ci si scandalizzi più, non ci si ponga domande, non ci si senta interpellati. Tutto questo, poi, avviene nell’indifferenza verso coloro che la povertà tiene lontani dalla festa e anzi precipita in una frustrazione sempre più accentuata. Ma ricordarsi dei poveri, quando si è intenti a godere dell’opulenza e a dedicarsi al consumo è oggi giudicato moralismo: se uno osa anche solo porre l’interrogativo se tutto questo sia necessario, viene giudicato, ben che gli vada, un guastafeste. Così ci troviamo impreparati a interiorizzare la festa del Natale e finiamo per essere catapultati in una celebrazione di cui riusciamo a malapena ad afferrare alcuni brandelli di senso, lasciandoci sfuggire il cuore del messaggio.

Viene da chiederci a cosa pensi oggi la gente quando usa l’espressione vigilia di Natale. Quasi sicuramente pensa al giorno prima della festa, niente di più. E tuttavia la parola “vigilia, vigilie” ha una lunga storia, ha conosciuto significati diversi lungo i secoli e di fatto conserva ancora significati differenti a seconda di come la si vive. Io la vivo ancora oggi da cristiano e da monaco: sì, perché vigilia significa in primo luogo la veglia nella notte, il montare la guardia, dunque restare svegli e l’essere vigilanti, preparati, attenti a ciò che può accadere. Già gli ebrei vivevano la vigilia in preparazione alle feste, ma è soprattutto con l’avvento del cristianesimo che si afferma la vigilia contrassegnata dal vegliare nella notte. Nelle comunità cristiane la domenica (giorno, appunto, del Signore), come testimonia già Plinio, si celebrava ante lucem, “prima del sorgere del sole”, – cioè nelle ore dedicate al sonno – una liturgia in cui si cantava a Cristo quasi Deo, “come a un Dio”. Queste veglie delle comunità furono ben presto chiamate vigilie.

Nel IV secolo poi i monaci, sia in Oriente che in Occidente, scelsero proprio queste ore della notte per vegliare e pregare, in attesa del Signore Gesù Cristo, affermando così la loro fede nella sua venuta gloriosa, una venuta che va attesa, invocata, accelerata. E i monaci lo fanno ancora oggi: prima dell’alba, quando è ancora buio, nella propria cella con la faccia che a volte cade sul libro santo della Bibbia, oppure cantando insieme i salmi: essi meditano, contemplano, invocano il giorno della venuta del nuovo Sole, della luce senza tramonto, dello Sposo, del Vincitore della morte. Caratterizzate da canti che diventano particolarmente solenni e gioiosi quando spunta l’alba, le vigilie sono un’esperienza che si fa con tutto il corpo, non solo con la mente: gli occhi devono restare aperti, il corpo non deve riposare, tutte le membra devono essere in stato di vigilanza… Ecco allora i movimenti che accompagnano e aiutano la preghiera: ci si alza in piedi e poi ci si inchina, ci si prostra o ci si siede per poi rialzarsi.

La chiesa, fatta di cristiani e non di monaci, non conosce questa esperienza, e pochi sono oggi i cristiani che si esercitano alla veglia, a lottare contro il sonno, a restare desti mentre tutti gli altri dormono, per pregare, pensare, cantare il Signore. Tuttavia la chiesa ha sempre vissuto la veglia di Pasqua, chiamata da Agostino mater omnium sanctarum vigiliarum, “madre di tutte le sante veglie”, così come ha sempre celebrato la veglia nella notte di Natale, con la tradizionale “messa di mezzanotte” in cui si ricorda la nascita di Gesù a Betlemme. Dopo la notte più lunga dell’anno, quando al mattino il sole comincia ad accorciare la durata delle tenebre, ecco il vero sole Gesù Cristo che nasce e sorge nel mondo per vincere le tenebre del male…

Ma il giorno della vigilia di Natale di fatto non esiste più. Tutti sono impegnati fuori casa, intenti ad affollare i negozi, a dare e ricevere regali, storditi da vetrine seducenti, da luci che ornano strade e alberi, distratti da “Babbi Natale”, cioè da giovani truccati da vecchi i cui fantocci si calano penosamente da finestre e balconi…

Vigilie molto diverse da quelle che per anni ho vissuto e che ancora cerco di vivere! Innanzitutto, nelle famiglie si viveva la vigilia attraverso la costruzione, affidata ai ragazzi, di simboli religiosi: il presepe e l’albero di Natale, predisposti da tempo ma che trovavano in quella giornata il loro momento di completamento dell’opera, ricevendo l’attenzione amorosa dei famigliari che proprio accanto al presepe o sotto l’albero deponevano i regali. Regali poveri, ai tempi della mia infanzia: castagne secche, qualche mandarino, noccioline e cioccolato e a volte, se c’era qualche soldo in famiglia, un vestito nuovo… sempre comunque, un oggetto che fosse necessario e utile. Da ragazzo avevo il privilegio di ricevere in regalo anche libri e mi dicevano: “Sappi che c’è anche una stagione per leggere: l’inverno”.

Le donne della casa, invece, vivevano la vigilia preparando il pranzo del giorno dopo: “il pranzo di Natale”, si diceva. Sovente si aiutavano tra loro, anche se di famiglie diverse, per cucinare le portate in cui ciascuna si era specializzata: come ogni donna avesse sue parole d’amore e le offrisse proprio il giorno di Natale. A casa mia sempre, anche nella grande povertà del dopoguerra, il pranzo di Natale doveva essere di dodici portate, dunque di sette antipasti che magari variavano da un anno all’altro, ma il piatto essenziale che non poteva mai mancare erano el ravioli. Pasta ripiena di carne condita con sugo d’arrosto, un piatto che preparo con le mie mani ancora adesso per allietare quelli che vivono con me e gli amici più cari. Per preparare “le raviole” a volte le donne chiamavano anche noi bambini, soprattutto per separarle l’una dall’altra. Al mattino presto si mettevano a cuocere sulla stufa le tre carni — il vitello brasato, il maiale arrosto e il coniglio in umido — che poi venivano tritate con l’aggiunta di cavolo bollito e strizzato, uova, parmigiano e un po’ di maggiorana che, sapientemente dosata, conferiva ai ravioli un pizzicore appetitoso. Questa straordinaria farcia, che noi bambini assaggiavamo di nascosto, veniva disposta a mucchietti ordinati su fogli di pasta tirata sottile che poi venivano rimboccati e schiacciati con le dita: il risultato erano delle lunghe strisce a balzelli che noi tagliavamo. Poi i ravioli erano portati al fresco — di solito in camera da letto, che non era scaldata — da dove uscivano il giorno dopo per essere immersi nell’acqua bollente e poi, una volta cotti e conditi, arrivare trionfanti in tavola, dopo tutti gli antipasti. Solo allora ci si poteva finalmente augurare: “Buon appetito!”, perché gli antipasti, da noi si diceva, si mangiano “tanto per stare al mondo”.

E gli uomini? Continuavano a lavorare come negli altri giorni e solo verso sera portavano in casa un ceppo, el süc ‘d Nadàl, quel groviglio di tronco e radici tagliato alla base degli alberi e lasciato seccare un paio d’anni sotto il portico. Un ceppo grosso che veniva messo nel camino prima che tutti andassero in chiesa per la messa di mezzanotte: ardendo lentamente avrebbe aspettato il ritorno dei padroni di casa a notte alta e li avrebbe accolti con il suo calore e la luce della brace per riscaldare un po’ i corpi infreddoliti. Allora, assieme a un bicchiere di moscato, ci si scambiavano gli auguri, si aprivano i regali e poi si andava a letto. Se al ritorno della messa si trovava il ceppo che ardeva di un fuoco robusto si diceva: “Buon segno, ci sarà pace in famiglia e con i vicini”, se invece faticava a bruciare ci si diceva sconsolati: “Eh, quest’anno non andrà tanto bene…”

Non penso che fosse più cristiana la vigilia com’era vissuta allora, ma certo era più sapiente: cose semplici, usanze povere sapevano impreziosire le ore dell’attesa ed erano un esercizio di fiducia nella vita, nel futuro, negli altri. Ma della dimensione più propriamente cristiana della festa non dimentico quella preghiera della vigilia di Natale, la cui intensità è intraducibile in italiano, che chiedeva recensita nativitate respirare: “Concedici, o Dio, di respirare la Natività di tuo Figlio che celebriamo”.

Clima di festa interiore per respirare la Natività è l’augurio che porge l’Archivio musicale dell’Angelo per il primo Natale della sua attività.

Angelo Rosso

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