Archivum Musicae, Coro dell'Università Cattolica di Milano, Note d'Archivio, Pietro Allori, Wilhelm Krumbach

in memoria di Mons. Giovanni Volta

In memoria di un amico affettuoso

Mons. Giovanni Volta ha raggiunto la casa del Padre

È morto Sua Eccellenza mons. Giovanni Volta, straordinario e affettuosissimo amico, nonché primo padre spirituale, del Coro dell’Università Cattolica.

Fu Assistente spirituale generale dell’ateneo di largo Gemelli dal 1977 al 1986, anno in cui divenne vescovo di Pavia.

Ha vissuto con fine sensibilità tutta la strada percorsa dal Coro, sino alla commemorazione del XXX anno di fondazione, con illuminanti interventi durante i momenti musicali promossi dal coro stesso in Sant’Ambrogio e nella stessa università.

Pubblichiamo alcuni di questi interventi in ricordo della sua profonda paternità spirituale.

Si comincia con la prima commemorazione ufficiale di don Pietro Allori, svoltasi presso l’Aula Magna dell’Università Cattolica di Milano in occasione della Giornata Universitaria, domenica 21 aprile 1985, venti giorni dopo la scomparsa del sacerdote-musicista. La commemorazione precede un concerto in ricordo del compositore, interpretato dal Coro dell’ateneo e dalla Schola cantorum di Carate Brianza diretta da Primo Viganò. Don Allori aveva dedicato a mons. Volta nel 1983 il mottetto polifonico a quattro voci Kyrie te rogamus, uno dei brani più significativi della raccolta di trenta mottetti composti in quell’anno. Qui di seguito è possibile ascoltare il brano eseguito da Coro dell’Università Cattolica.

Don Pietro Allori. Musicista e sacerdote

Oggi, come è ormai tradizione, in tutta l’Italia si ricorda l’Università Cattolica e tutti gli anni si sceglie anche un tema che metta in risalto qual è il rapporto della nostra università con tutta la comunità civile e cristiana della nostra nazione. Quest’anno il tema, come sapete, è incentrato sulla cultura in quanto è al servizio della riconciliazione e della pace.

Ora, l’incontro di oggi va visto in questo contesto: vogliamo dare un saggio di come la cultura, quella musicale, può essere strumento di riconciliazione e di pace, luogo di incontro tra gli uomini. All’interno di questo incontro di ascolti e di canto, in particolare vogliamo ricordare oggi don Pietro Allori, morto recentemente a Iglesias, che ha avuto tra noi una lunga e significativa presenza; non fisica, perché non venne mai qui tra noi, ma ugualmente forte perché fu una presenza spirituale, come testimonia il nostro Coro che molte volte eseguì le sue musiche. È morto, don Allori, a sessant’anni, la sera della domenica delle Palme, all’inizio perciò della Settimana santa, la settimana liturgica che molto occupò le sue meditazioni e le sue composizioni musicali e che in qualche modo rappresentano tra noi il suo volto, quello più vero, non tanto quello fisico, quanto quello spirituale: ne sentiremo tra poco un saggio.

Non fu dato a noi di conoscere la sua presenza fisica, abbiamo avuto però la fortuna di apprendere, di ammirare anzitutto, di farci commuovere dalla sua figura e presenza spirituale.

Don Pietro Allori è nato e cresciuto e vissuto in una piccola diocesi della Sardegna. Da questo punto di vista, quello dell’abitazione, potremmo dire che è rimasto in provincia. Ma se noi guardiamo la dimensione spirituale della sua persona, allora possiamo dire che fu un uomo che visse fuori dalla sua provincia, a contatto con la lunga storia spirituale d’Italia, a contatto con molta altra gente attraverso appunto questo linguaggio così capace di comunione con gli uomini, quello della musica.

Fu un uomo di grande ascolto, di ascolto delle voci più profonde anche più lontane: basta vedere come si appassionò alle musiche antiche e come ne ripropose ai nostri giorni moduli e forme, facendole sentire non solo musiche d’altri tempi ma musiche dei nostri tempi. È dal silenzio dell’ascolto che vengono le voci e le note più significative e potremmo dire che in questo egli fu veramente un esempio: il silenzio del suo ascolto ci ha dato i frutti più saporiti della sua musica. Il suo vescovo, quando nel 1955 gli diede l’incarico di dirigere la cappella musicale della cattedrale di Iglesias gli scrisse: «Sono certo che bene corrisponderai a tale incarico, con quel delicato senso musicale che domina il tuo spirito».

Ora, in forza di questo delicato senso musicale, di questa profonda capacità di ascolto, si sentì contemporaneo ai grandi maestri della polifonia, trascendendo l’oggi, e nello stesso tempo in forza di questa profonda penetrazione dello spirito umano fu a loro contemporaneo.[…]

Il sacerdote sentì la musica non come un’evasione e non come un cammino semplicemente parallelo al suo ministero, ma piuttosto come un’espressione fondamentale del suo compito sacerdotale. La visse come preghiera, come azione liturgica, come annuncio, come commento religioso che mentre ripropone il mistero di Cristo, contemporaneamente spiega a noi la vita degli uomini. Questa sua scelta, questa sua unità di esistenza spiega a noi anche la scelta che fece degli argomenti da trattare, spiega le forme musicali da lui accolte, la sua stessa fedeltà a uno stile e a un servizio anche quando non aveva consensi.

Prende allora risalto anche un altro aspetto della sua vita, non solo questo coniugare il passato con l’oggi e questa penetrazione profonda dell’arte musicale, non solo questo coniugare le scelte della sua vita sacerdotale e l’espressione artistica, ma anche questo coraggio di fedeltà a ciò che è vero ed autentico indipendentemente dalle mode e dalle giornate.

Non solo quindi la continuità tra il suo essere prete e la sua espressione artistica, ma la continuità tra il suo essere prete, l’espressione artistica e il comportamento della sua vita. Musicista, appassionato in modo particolare alla polifonia, potremmo dire che ha impostato polifonicamente la sua esistenza, coniugando queste varie voci: il suo essere prete, il suo essere artista, il suo essere autentico credente nel mondo di oggi. Questa, mi pare, è la composizione più alta che ci ha lasciato, l’angolo di visuale dal quale noi dobbiamo ascoltare le sue note.

Ora io lascio spazio a lui, alle sue voci. Come avrete notato, nel programma sono state scelte alcune voci, dalle prime alle ultime. Percorreremo così in qualche modo le tappe della sua vita. Noterete, guardando i titoli, che le tappe di quella vita sono in qualche modo le tappe di un Altro, quello che noi abbiamo ricordato in questo tempo liturgico. Tappe che sono state il cammino di Dio nei riguardi dell’uomo e che oggi si ripropongono, e in tutti i tempi si ripropongono, come cammino dell’uomo verso Dio per un’autentica riconciliazione fra tutti noi.

Viene pubblicata infine la prefazione al programma della Veglia musicale nel XXX anniversario di fondazione del Coro dell’Università Cattolica.

L’affetto e la stima per l’umanità e la spiritualità di Sua Eccellenza mons. Giovanni Volta da parte del Coro del’Università Cattolica si fa devota preghiera per la sua anima accolta adesso dal Padre Celeste.

Quando una persona è in cammino tiene viva la memoria della strada percorsa, dello stile seguito delle difficoltà incontrate, dei motivi che l’hanno guidata per valutare e orientarsi nel proprio futuro.

Così è anche delle istituzioni: così e del Coro dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Gli intenti di un impegno non devono limitarsi alle parole e ai progetti, ma confrontarsi anche con i comportamenti, con i fatti. Di qui l’opportunità di questo scritto che vuole ricordare non solo un cammino percorso, ma anche lo spirito e lo stile che l’hanno caratterizzato.

Ora, una prima nota vorrei sottolineare di questo percorso: il rapporto di Un coro con una istituzione dedita alla ricerca, al sapere e all’istruzione in cui la “parola” ha evidentemente un ruolo fondamentale. Si tratta solo di un’aggiunta decorativa? L’impegno di un Coro è sottolineare ed esaltare la parola, i sentimenti che vuole esprimere. Esso perciò non si accosta semplicemente a una istituzione, ma entra nella sua logica dando pienezza alla parola, svelandone la poesia e la bellezza, sottolineandone i significati.

Una seconda nota è legata alla qualità particolare della nostra Università. Se pensiamo che si tratta di un coro operante all’interno di una Università Cattolica, la quale si propone di conseguenza l’intero orizzonte della verità, comprensivo di Dio e della sua rivelazione, in un atteggiamento di ricerca, di ascolto e di contemplazione, prende risalto l’importanza del canto religioso come variamente si è manifestato nella storia.

Personalmente ho potuto essere testimone all’interno e fuori della Cattolica, in Italia e in Germania, di questa presentazione fatta dal Coro del volto della nostra Università, dell’orizzonte degli interessi di questa in molte occasioni fin dai suoi primi passi.

Una forma espressiva tra l’altro di immediata comunicazione, perché la musica e il canto non hanno bisogno di traduzione per essere compresi. Nei viaggi all’estero del nostro coro ci fu bisogno di un traduttore per le conversazioni, ma non per l’ascolto dei canti. Certamente l’economia costituisce un fattore determinante per l’unione tra i popoli e così la scienza, ma non è da meno la musica, il canto, il culto del bello.

Una terza nota: l’iniziativa libera. Il Coro è nato in Cattolica per l’iniziativa libera e gratuita di un gruppo di persone e continua a essere tale, aperta alle collaborazioni di tutte le componenti dell’Università: personale, studenti e docenti. Una caratteristica che segna il valore morale e allo stesso tempo la debolezza del nostro Coro. Il valore morale, perché la partecipazione a esso, libera, volontaria, evidenzia una nota che sempre accompagnò la vita della Cattolica, specialmente nei suoi primi anni e le permette un largo spazio di creatività e di iniziativa. Debolezza, perché il Coro potrebbe sciogliersi in ogni momento per i motivi più vari, reggendosi solo sull’adesione libera e gratuita dei suoi componenti.

Esso si regge non sullo stipendio, non sulla carriera, ma sulla passione e la competenza dei suoi componenti, in particolare su quella del suo direttore, Angelo Rosso, e sulla simpatia delle molte persone che apprezzano il nostro Coro.

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