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O Sapientia… O Emmanuel

Archivio Musicale dell’Angelo
piazza Sant’Ambrogio, 25 – Milano

Archivum Musicae

La novena di Natale

Regem venturum Dominum
Laetentur coeli (polisalmo)
En clara vox (inno)
Antifone “O”

Rorate coeli (gregoriano)
improvvisazione organistica su: Rorate coeli

Tota pulchra es Maria (gregoriano)
Alessandro Esposito (1913 – 1981):
Parafrasi organistica su: Tota pulchra es Maria

Coro dell’Università Cattolica
diretto da Angelo Rosso
Emanuele Vianelli, organo

registrazione live del concerto
Veni, veni Emmanuel Novena, musiche corali e organistiche. Canti della tradizione europea per il S. Natale Martedì 16 dicembre 2008 Aula Magna dell’Università Cattolica di Milano

La percezione dell’avvento quale periodo di forte tonalità penitenziale non è conforme al suo statuto di tempo di preparazione al Natale. Certo, come ogni preparazione di un importante evento, c’è una componente ascetica, di disciplina e d’esercizio penitenziale che aprano il cuore e lo rendano capace di vivere il mistero dell’incarnazione del Verbo di D-i-o. Ma proprio perché il Natale è principalmente l’esperienza di una nascita, la festa stessa, e tutto ciò che si vive intorno ad essa, è sotto il segno della gioia. Una gioia temperata dalla trepidazione che connota l’attesa di un qualcosa che – s’avverte – supera ogni aspettativa.
La storia del Natale e della sua liturgia non è stata lineare. Sin dall’inizio c’è stato un conflitto di date (6 gennaio e 25 dicembre). Nostalgie e infiltrazioni pagane hanno offuscato la novità di Cristo molti secoli prima che il consumismo sfrenato trovasse un argine, non sollevato dalla coscienza, bensì dalla crisi economica.
Conoscere Cristo è la premessa per riconoscere in se stessi la dignità dell’essere cristiano, come “inutilmente” ha affermato papa Leone e la liturgia delle ore per oltre un millennio ha ripetuto, invano. Eppure, il Natale scardina l’ordinamento liturgico e propone, ad esempio, un ciclo proprio di antifone alle lodi degli ultimi giorni. Nei giorni immediatamente successivi, le celebrazioni dei santi sono intimamente congiunte con la memoria dell’incarnazione e condividono con essa le giornate festive dal 26 al 27 dicembre.
Dalla tradizione emerge una lunga preghiera, il frutto della ruminazione su alcuni testi biblici che hanno illuminato il cammino della ricerca di D-i-o. Sono le cosiddette antifone “O”, solitamente cantate negli ultimi giorni dell’avvento al Magnificat dei vespri. A Roma e in altre Chiese del Sud si cantavano al Benedictus delle lodi; nella liturgia eucaristica dopo il Vaticano II i testi sono stati semplificati e adottati come acclamazione al vangelo a partire dal 17 dicembre.
Il ciclo più diffuso, forse quello originale, è costituito da 7 brani, le iniziali dei quali formano un acrostico a cancro: ero cras. Il 23 dicembre – “vigilia vigiliae”: la vigilia della vigilia – la Chiesa conclude la serie delle antifone nella certezza di aver compreso e accolto finalmente un messaggio, anzi la buona novella: sarò domani promette Cristo (la celebrazione del Natale, come quella di ogni altra festa cristiana, inizia secondo l’uso ebraico al tramonto del giorno precedente, quindi al tramonto del 24 dicembre, non con la Messa di mezzanotte).
Che cosa dicono le 7 antifone “O” di Cristo e dei cristiani? Leggiamo prima di tutto i testi che sono tutti cantati su un identico modulo melodico in re.
1. O (Sapientia) Sapienza, uscita dalla bocca dell’Altissimo (Eccli 24,5)
da un estremo all’altro estremo tutto disponi con forza e dolcezza (Sap 8,1):
vieni a insegnarci la via della prudenza (Is 40,14).
2. O (Adonai) Signore e guida della casa d’Israele (Mt 2,6),
che sei apparso a Mosè nel roveto ardente (Es 3,3)
e sul monte Sinai gli hai dato la legge (Is 20):
vieni a liberarci con il tuo braccio teso (Ger 32,21).
3. O (radix) radice di Iesse,
che t’innalzi come segno tra i popoli (Is 11,10),
davanti al quale i re ammutoliranno (Is 52,15);
Lui i popoli invocheranno (Is 11,10):
vieni a liberarci, non tardare (Ab 2,3; Ebr 10,37).
4. O (clavis) Chiave di Davide (Apc 3,7) e scettro della casa d’Israele,
Tu apri (le porte del regno dei cieli) e nessuno può chiuderle,
Tu le chiudi e nessuno può aprirle (Is 22,22):
vieni, e libera dal carcere l’uomo prigioniero
che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte (Sal 106,10; Lc 1,79; Is 42,7).
5. O (oriens) Astro che sorgi (Zac 3,8; Is 9,2),
splendore di luce eterna (Ab 3,4) e sole di giustizia (Mal 4,2):
vieni, e illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte (Sal 106,10; Lc 1,79; Is 42,7).
6. O (rex) Re delle genti e da loro sospirato (Ag 2,8),
pietra angolare (Is 28,16; Sal 117,22; Mt 21,42) che componi in uno Ebrei e pagani (Ef 2,14):
vieni, e salva l’uomo che hai formato dalla terra (Gn 2,7).
7. O (Emmanuel) Dio-con-noi (Is 7,14), nostro re e legislatore (Is 33,22),
attesa dei popoli (Gen 49,10) e loro salvatore:
vieni a salvarci, o Signore nostro Dio.

Siamo di fronte ad un ampio e vivace mosaico le cui tessere sono state attinte a quello straordinario deposito che è la Bibbia. Le antifone ”O” aiutano a scoprire il senso della presenza delle Scritture nella Chiesa, tanto sollecitata dall’ultimo Sinodo dei vescovi.
La Bibbia può essere letta con diverse finalità e con strumenti esegetici differenziati. La storia ci mostra quanto essa possa incidere nella vita della comunità e del singolo divenendone una inesauribile pozza di acqua rigeneratrice. È pur vero che il Verbo di D-i-o incarnato nella carne ha subito oltraggi ed è stato annientato con una morte ignominiosa. A questo “destino” non si sottrae neppure la Parola, spesso manipolata e annientata: da proclamazione della verità può divenire annuncio di menzogna, invece di conforto può sprigionare desolazione e inquietudini paralizzanti. Non meno grave è l’abuso che si fa della Parola di D-i-o utilizzandola come pezza di giustificazione per le più svariate corbellerie.
D-i-o permette tutto ciò perché nonostante tutto ha fiducia nell’uomo. Gli garantisce la libertà ed insieme la responsabilità di accogliere la Parola come sorgente di vita, ma non impedisce che l’uomo stesso trasformi la Parola in strumento ed occasione di morte. Come venire fuori da questo groviglio? Restituendo alla Parola la libertà di dirci Chi essa è: il Verbo incarnato, abbreviato nella lettera come si è abbreviato nella fragile carne umana. Restitundo a noi la capacità di accogliere la Parola quale essa è: non prontuario di nozioni, non agenda di fatti storici, non repertorio di citazioni ad effetto, Ma semplicemente presenza di D-i-o nella realtà del quotidiano.
Le antifone “O” sono una possibile traccia che s’inerpica verso il monte della legge di D-i-o, verso la vetta della trasfigurazione. Nella luce taborica gli episodi s’illuminano, gli estremi dell’universo si congiungono in Cristo, passato e futuro si concentrano nel presente.
La Sapienza che è uscita dall’Altissimo (1) percorre con l’uomo l’avventura attraverso le alterne fasi della storia. L’uomo può trovare nella Torah la mappa per districarsi nel deserto e nella giungla della convivenza sociale (3). Cristo s’erge a vessillo che infonde speranza in chi riesce a contemplarlo lasciando alle spalle lo stridore e la confusione di tante voci soffocanti (3). Con forza e soave dolcezza (1) è Lui che apre il varco facendoci superare gli ostacoli, aprendo i sigilli incatenati e sbarrando le vie che portano al baratro (4). Prigionieri abbandonati nel buio, intravvediamo finalmente il chiarore di una nuova alba: il giorno in cui s’afferma la giustizia, il momento in cui la pace inonda il cuore (5). Mentre l’edificio sociale scricchiola sotto le spinte telluriche della menzogna violenta e della disonesta prepotenza, ci è dato di ricostruire tutto da capo. Cristo è la pietra angolare della città di D-i-o che è la sola città dove l’uomo è tutto se stesso (6).
Il cerchio delle vicende si chiude come in una corona. Non è la corona ferrea dei condannati e dei re, né la corona di spine di Cristo. Egli ce la restituisce rinnovandola, investendoci della sua dignità e gloria di figli di D-i-o. L’Emauele è il D-i-o con noi, intimo a noi stessi più di quanto noi possiamo esserlo. Il suo Spirito vivifica la nostra carne. Cristo nasce nel cuore di ciascuno e si afferma nella sua esistenza. Il Bimbo di Betlemme cresce, si muove e parla, costruisce e rinnova l’universo attraverso tutti coloro che l’hanno accolto e con lui rinascono a nuova vita. Ogni Natale. Ogni giorno.
Non è facile. Più che le parole è la nostra debolezza che diviene incessante invocazione e non si stanca di ripetere con le antifone “O”: Vieni Signore Gesù, vieni a insegnarci, a liberarci, a salvarci. Maranatha. Il Signore è venuto. Egli viene. Non ci abbandona. È l’Emanuele.

Giacomo Baroffio

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