Attività

Arrivederci, Enrico

Sono queste le ultime due parole dell’emozionante e commovente omelia pronunciata dall’abate di S. Ambrogio, vescovo Erminio De Scalzi, durante le esequie di Enrico Sormani, noto a tutti con il semplice nome di Enrico, per settantacinque anni fedelissimo servitore della basilica di S. Ambrogio di Milano. Aveva appena 15 anni quando iniziò ad aprire e chiudere le porte e suonare le campane della basilica di S. Ambrogio: il compito proprio dell’ostiario secondo le regole canoniche prima delle nuove disposizioni in merito del Concilio Vaticano II.

s.ambrogio anni ' 30

Dal 1938, e sino al 18 dicembre del 2013, non ha mai lasciato la “sua” basilica per servirla con quella calma, quell’umiltà che scaturiva da una singolare bontà. Chi lo ha conosciuto e frequentato sa del suo amore sincero per la liturgia ambrosiana, con i suoi riti, anche quando semplici, caratterizzati da una efficace severità.

Non è facile esprimere a parole quanto egli amasse tutta la liturgia ambrosiana, e quanto altrettanto bene la conoscesse e la vivesse con un esemplare contegno, insegnandola, con la testimonianza a tutti senza voler essere maestro.

Quando nel 1971, l’allora abate di S. Ambrogio, S.E. mons. Luigi Oldani, mi concesse di essere organista liturgico delle messe vespertine della domenica, per aiutare l’organista titolare maestro Giuseppe Oltrasi –  insigne organista diplomato al conservatorio di Milano e celebre presso tutte le parrocchie italiane per la sua messa“Cantate Domino” a una voce con accompagnamento dell’organo – ebbi immediatamente modo di riconoscere in Enrico il mite e sapiente cerimoniere cui palesare spontaneamente le incertezze derivanti dalla mia iniziale inesperienza della liturgia ambrosiana.

Così pure, quando dal 1978 al 2011, alla guida del Coro dell’Università Cattolica, dovevo preparare i canti per le liturgie accademiche, da celebrarsi obbligatoriamente in rito ambrosiano in quanto hanno luogo in S. Ambrogio, mi rivolgevo ad Enrico per ottenere puntualmente tutte le opportune indicazioni.

Alla ammirata approvazione che talvolta mons. Giacomo Mellera, cerimoniere dell’arcivescovo di Milano, mi manifestava per la scelta appropriata dei canti, replicavo che avevo consultato, prima della scelta, Enrico.

Fu proprio Enrico a far crescere in me la sensibilità liturgica per il canto ambrosiano rivelandomi le sue particolarità data la funzionalità ch’essi avevano durante i diversi culti. Mi insegnò, come si fa con uno scolaro delle elementari, ad accostarmi al canto ambrosiano dandomi con semplicissime parole le ragioni concettuali delle diverse cerimonie ambrosiane.

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In questi ultimi anni lo incontravo quotidianamente per le scale quando, dopo la malattia e la morte della sua amata sorella, andava a pranzare presso la Casa di accoglienza di piazza S. Ambrogio 25, al piano superiore rispetto allo studiolo in cui si trova il mio archivio musicale, l’Archivio musicale dell’Angelo. Incontri brevissimi ma sempre garbatissimi, istruttivi nelle considerazioni sui cambiamenti della vita contemporanea e conseguentemente anche della liturgia in S. Ambrogio. Enrico temeva l’impoverimento del rito ambrosiano in nome di una eccessiva semplicità funzionale, amando lui i riti solenni perché pregnanti di una profondissima spiritualità teologica e umana.

Ogni incontro con Enrico si concludeva sempre con i suoi sereni auguri per il prosieguo delle mie attività. Quando d’estate la porta esterna del mio archivio restava aperta, sentivo ben distinte le parole di congedo dalla cuoca della Casa S. Ambrogio; ed erano sempre piene di gentilezza e di sincero ringraziamento.

Ma la sua virtù ancora più bella, e che resta più impressa nel mio cuore, è l’umiltà. Una umiltà legata alla sincerità e verità. Erano questi i sentimenti che muovevano i calmissimi passi quotidiani di Enrico. Da tale umiltà si sviluppavano le altre virtù che erano la base del suo grande equilibrio umano: la prudenza, la pazienza, la temperanza, ovvero gli aspetti veri della vita cristiana.

Per Enrico l’umiltà era prima di tutto accettazione di ciò che Dio vuole. Ricordo quanto mi diceva quando andava a trovare sua sorella ammalata presso il “Don Gnocchi”.

Le sue parole le trovavo sempre piene di saggezza. Enrico comunicava quella saggezza che nella vita cristiana significa accettazione della propria realtà, dell’umanità, delle cose, ma soprattutto accettazione di quanto Dio voleva da lui perché è Dio che agisce nella vita umana.

Da qui il suo coraggio quotidiano del vivere per 75 anni come ostiario, accettando silenziosamente quel servizio di ininterrotta e fattiva semplicità che lo rendeva sempre sereno e saggio.

Serenità e saggezza che trasmetteva a quanti hanno avuto la fortuna di incontralo nella vita quotidiana di S. Ambrogio.

Le prime parole commosse di don Erminio si riferivano al fatto che pochissimi conoscevano il cognome di Enrico poiché tutti amavano chiamarlo con il suo nome di battesimo per la familiarità e la stima che per lui tutti nutrivano. Il Libro dei Proverbi dice che “un buon nome vale più di mille ricchezze e la benevolenza altrui più dell’argento e dell’oro”. Enrico ha lasciato a tutti noi questa “biblica eredità”.

Arrivederci Enrico.

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