Archivum Musicae, Coro dell'Università Cattolica di Milano, Note d'Archivio

Dies irae, dies illa

2 Novembre 2014
Commemorazione di tutti i fedeli defunti

DIES IRAE, DIES ILLA di Giacomo Baroffio

È stato per secoli uno dei canti liturgici più conosciuti e diffusi sia nella liturgia sia nell’ambito della vita sociale quotidiana. L’esplicito riferimento alla morte e al giudizio finale ne hanno fatto un testo meditato con un profondo sentimento di speranza nella misericordia di D-i-o; ma non mancano situazioni che sfuggono alla fede e alla razionalità per sfociare nell’universo nebbioso della superstizione e del grottesco fantastico.
Per tanti motivi il Dies irae ha destato attenzione in campo musicale, tanto che è difficile calcolare il numero delle sue elaborazioni vocali e strumentali. Alcuni temi della versione tradizionale – che si può far risalire al secolo XII-XIII – hanno offerto lo spunto per nuove musiche polifoniche e orchestrali sino alla recente composizione del gallese Karl Jenkins inserita nella messa da Requiem. Per non parlare delle tante citazioni sparse in altre opere come la Sinfonia fantastica di Berlioz, la Danza macabra e il Mefisto Valzer di Liszt, alcune composizioni di Rachmaninoff.

Il Dies irae proviene dalla rilettura di vari testi presenti nella tradizione cristiana a partire da un passo del profeta Sofonia (1, 15-16)¹. Non mancano paralleli in alcuni canti liturgici della liturgia dei defunti², nonché espressioni desunte dal vocabolario giuridico romano e patristico. Non è escluso che almeno una parte del Dies irae sia stato concepito quale tropo del responsorio Libera. Altri elementi confluiti dalla redazione testuale sembrano derivare, secondo VELLERKOOP, dal patrimonio simbolico. Il processo creativo del testo si attesta probabilmente prima come preghiera poetica, modificata e assunta in un secondo tempo come sequenza. Il testo è formato da versi trocaici a rima baciata (aaa bbb ccc …). Quest’ultimo è un elemento che distingue il Dies irae, ad esempio, dalla tessitura delle sequenze parigine (aab ccb dde ffe …).
La sequenza nella forma classica presenta una melodia ripetuta su due strofe (aa bb cc dd …).. Nel Dies irae la struttura è complessa, sembra quasi amplificare l’impianto arcaico delle sequenze a doppio corso (aa bb cc aa bb cc …)³:


Preghiera divenuta musica, la sequenza è un canto che esprime la fede del popolo cristiano, la prospettiva che si apre a ogni credente mentre s’avvicina all’incontro faccia a faccia con D-i-o. Alcune espressioni rivelano una cultura che lascia oggi perplessi, ma occorre leggere e meditare e cantare il Dies irae con l’orecchio teso a recepire le parole del poema all’interno della tradizione orante della Chiesa. Tutti gli uomini – rappresentati qui dalla cultura ebraica (Davide) e classica europea (la Sibilla) – immaginano nel momento del giudizio universale una dissoluzione catastrofica del mondo, ridotto ormai a cenere e brace. Tremore e panico pervadono ogni realtà nel momento in cui giunge il giudice cui nulla sfugge, il cui sguardo non può essere fermato da nessuna astuzia umana. Ci troviamo quindi in un momento assai critico. C’è da tapparsi le orecchie per non udire il frastuono di una tromba che infila le sue vibrazioni in ogni tomba e le sconquassa. Che pensare? Siamo liberi ormai dalla morte o siamo pressati sotto il trono del giudice che implacabile ci condannerà senza scampo?
Si potrebbe andare avanti nel leggere la sequenza con occhiali che oscurano l’orizzonte, con la sensazione crescente che ormai non c’è più nulla da fare, più nulla da sperare. Nel punto preciso in cui si avverte che ormai non c’è più possibilità di ritorno, di scampare all’ira divina, la liturgia fa echeggiare nei vocaboli una risonanza diversa.
La sequenza non è un canto pagano piagnucolato da una massa incredula o gridato da un cuore disperato. La sequenza parte dalla situazione paganeggiante in cui viviamo anche se cristiani, con le nostre abitudini sociali e mentali che sono sfuggite alla conversione del Vangelo. Ma forse resta ancora qualche cosa, risuona un’eco lontana, si fa strada una voce, la speranza. Sì, c’è senz’altro un trombone che getta confusione e mette paura. Ma non esiste soltanto la tuba del Dies irae. Beata con la paura che riesce a zittire il chiacchiericcio interiore.
In un momento di silenzio forse riusciamo di nuovo ad ascoltare non più noi stessi, ma LUI. E con la tremolante mano tesa dell’accattone riusciamo a cogliere altri canti. Un canto diverso ora risuona e ci avvolge: Exultet iam angelica turba caelorum … et pro tanti regis victoria tuba intonet salutaris. Certo, quando risorgeremo per rispondere al giudice, saranno sorprese e la morte e la natura, ma sarà sempre poca cosa, anzi nulla, a confronto con lo stupore travolgente di quando Cristo è risorto.
Nell’ottica pasquale della morte e risurrezione del Verbo incarnato, le asperità della sequenza sono smussate e mitigate. I nostri tradimenti svaniscono alla luce della fedeltà di D-i-o. I nostri peccati – O felix culpa! – evidenziano ancor di più la grazia redentrice. Il peccatore si rianima, il giusto trova serenità nell’umile gratitudine che fa della sua vita un rendimento di grazie, memoria e prolungamento dell’Eucaristia. La vittoria del re sulla morte rivela la sua dolcezza. È la fonte dell’amore misericordioso che trasfigura l’immagine, ingigantita dai nostri malaffari, del re spietato, terrificante.
Così riprende con maggior respiro la preghiera. Abbiamo ricuperato la fiducia in Qualcuno che talora stentiamo a riconoscere. Il Verbo di D-i-o, che si è reso visibile, che si è potuto avvicinare e toccare, proprio a causa mia ha lasciato la sede paterna, si è messo in viaggio, ha girovagato per le strade del Medio Oriente per cercarmi. Di porta in porta ha bussato, ha incontrato tante persone ferme a discutere oppure a oziare. A tutti ha rivolto lo sguardo, fino allo stremo ha guardato tutti per vedere me. Non sia stata vana tutta quella fatica!
Ora abbiamo la forza di reggere la presenza del giudice perché comprendiamo che solo da Lui viene la giustizia, che solo in Lui potremo essere giusti accogliendo, sempre da Lui, il perdono, la remissione delle colpe. Quando non troviamo parole per dirgli le nostre pene e confessare le nostre colpe, sarà l’arrossire a svelargli con il nostro imbarazzo anche il desiderio di metterci alla sua presenza, di aprirgli il nostro cuore. Sempre consapevoli che le preghiere non saranno mai adeguate a esprimere la preghiera della nostra vita. Siamo in compagnia della Maddalena, del buon Ladrone, di quanti hanno ricuperato la dimensione della speranza abbandonandosi alla sua misericordia. Con i santi attendiamo con ansia di raggiungere i beati. Sarà un giorno di pianto, ma le lacrime della vergogna e della sofferenza si trasformeranno in lacrime di gioia. Pie Iesu Domine, Tu ora ci chiami, Tu ci inviti a entrare nel tuo riposo.

¹ (…) dies irae dies illa / dies tribulationis et angustiae / dies calamitatis et miseriae / dies tenebrarum et caliginis / dies nebulae et turbinis / dies turbae et clangoris (…)”.
² Ad esempio, il RESPONSORIO Libera me domine de morte aeterna in die illa tremenda quando caeli movendi sunt et terra [CAO 7091]. VERSI Dies illa dies irae calamitatis et miseriae dies magna et amara valde. – Lacrimosa dies illa Qua resurget de favilla Iudicandus homo reus Pro peccatis parce deus. – O quantus et qualis terror ac tremor erit impiis cum iustus Christe iudex veneris et pravus quisque sua teste conscientia accusabitur et cum deceptore suo aeternaliter condemnabitur. – RSP Inclinans faciem meam ingemisco commovebor omnibus membris meis scio enim domine quia impunitum me non dimittis et si sum impius quare non sum mortuus sed laboro [CAO 6947]. – RSP Memento mei deus in bono et ne delas miserationes meas quas feci in domo dei mei et in cerimoniis eius [CAO 7142]. – VERSO: Memento verbi tui servo tuo domine in quo mihi spem dedisti … Cfr. KEES VELLERKOOP, Dies irae dies illa. Studien zur frühgeschichte einer Sequenz, Bilthoven, A. B. Creyghton 1978, 99 (Utrechtse bijdragen tot de muziekwetenschap); KNUD OTTOSEN, The Responsories and Versicles of the Latin Office of the Dead, Aarhus, University Press 1993. – GIACOMO BAROFFIO, Tunc erunt iusti hilares: una recensione germanica del responsorio Libera me Domine de morte aeterna, in MARCO PALMA – CINZIA VISMARA (edd.), Per Gabriella. Studi in onore di Gabriella Braga, Cassino, Edizioni Università di Cassino 2013, vol. I (Collana di Studi umanistici 6): altri versi del responsorio Libera: 3. Vix iustus salvabitur et iniquus condempnabitur ante tribunal iudicis in die iudicii; 4. Quid ego miserrimus quid dicam aut quid faciam cum nil boni perferam ante talem iudicem …
ANTIFONA In die (illa tremenda) quando venerit ad iudicium in maiestate iudicare saeculum adstabunt ante illum omnia agmina virtutum caelestium sanctorum chori patriarcharum ac prophetarum gloriosus apostolorum numerus martyrum confessorum atque virginum ibi assistent omnes populi ante tantam maiestatem domini nimium perterriti dies illa dies irae dies tribulationis dies miseriae et vindictae dies tubae et clangoris dies nubae et caliginis dies illa nimium erit impiis amaro o quam felices erunt illi qui vocem domini meruerunt audire venite benedicti patris mei percipite regnum quod vobis praeparatum est ab origine mundi [cfr. Paris, BnF, lat. 903 (Saint-Yrieix)].
³ Schema basato sulla recensione inserita nel breviario-messale di S. Chiara in Assisi verso il 1243; riproduzione in VELLERKOOP, Dies irae, 24-25. Le sezioni strutturali sono indicate con lettere maiuscole (A, B …), gli incisi melodici con minuscole (a, b …).
 
 

Dies Irae, dies illa
solvet saeclum in favilla:
teste David cum Sybilla.

Quantus tremor est futurus,
Quando judex est venturus,
Cuncta stricte discussurus.

Tuba, mirum spargens sonum
per sepulcra regionum
coget omnes ante thronum.

Mors stupebit et natura,
cum resurget creatura,
judicanti responsura.

Liber scriptus proferetur,
in quo totum continetur,
unde mundus judicetur.

Judex ergo cum sedebit,
quidquid latet, apparebit:
nil inultum remanebit.

Quid sum miser tunc dicturus?
quem patronum rogaturus,
cum vix justus sit securus?

Rex tremendae majestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.

Recordare, Jesu pie,
quod sum causa tuae viae
ne me perdas illa die.

Quaerens me, sedisti lassus,
redemisti Crucem passus:
tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis.

Ingemisco, tamquam reus,
culpa rubet vultus meus
supplicanti parce, Deus.

Qui Mariam absolvisti,
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.

Preces meae non sunt dignae,
sed tu bonus fac benigne,
ne perenni cremer igne.

Inter oves locum praesta,
et ab haedis me sequestra,
statuens in parte dextra.

Confutatis maledictis,
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.

Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis:
gere curam mei finis.

Lacrimosa dies illa,
qua resurget ex favilla

Judicandus homo reus.
huic ergo parce, Deus:

Pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.

Sequenza*

 

Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis; In memoria aeterna erit iustus ab auditione mala non timebit.
Absolve Domine animas omnium fidelium defunctorum ab omni vinculo delictorum et gratia tua illis succurrente mereantur evadere iudicium ultionis, et lucis aeternae beatitudine perfrui.

Graduale – Tratto* 

 

* da Missa pro Defunctis di Alessandro Scarlatti eseguita il 13 aprile del 1993 nella Basilica di S. Ambrogio dal Coro dell’Università Cattolica diretto da Angelo Rosso
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