Archivum Musicae, Wilhelm Krumbach

Albert Schweitzer

Oggi, 4 settembre 2015, ricorre il 50° anniversario della morte di Albert Schweitzer, avvenuta il 4 settembre 1965 a Lambaréné nel Gabon. Da qui alcune riflessioni e ricordi sul carattere eccezionale di questa presenza conforme a un ideale morale che appare, soprattutto oggi, più alto di ogni leggenda.

Johann Sebastian Bach, Adagio da Toccata, adagio e fuga in do maggiore BWV 564
Albert Schweitzer, organo

La figura del dottor Albert Schweitzer ha sempre interessato medici, filosofi, teologi e musicisti, per le varie opere compiute da lui in tutti questi campi. Ma la figura di Schweitzer attrae oggi tutti per l’alta morale che lo ha ispirato e che gli è stata universalmente riconosciuta, nel 1954,con il conferimento del premio Nobel per la pace.

Dalla prefazione del libro Alberto Schweitzer di Jacques Feschotte (Curci, Milano 1952)

PREFAZIONE

(Günsbach 1948)

“L’ultimo accordo del Terzo Corale di Cesar Franck si prolunga sordamente nella chiesa. Il Dottore chiude l’organo, spegne la lampada. Scendiamo quasi a tentoni la scala di legno che cigola. La porta si apre sulla vallata di Münster, chiusa nella scena dei Vosgi che già si riveste di ombre. Alcune luci pacifiche brillano nelle finestre dei villaggi. La strada risuona sotto i nostri piedi: le vetture diradano al cader della notte. A volte incontriamo un operaio o un campagnolo in ritardo che scambia col Dottore il “buona sera” tradizionale. Abbiamo sorpassato la casa, e presto giunge l’incrocio dove la vista si prolunga verso il fondo della vallata, in direzione della Schlucht: Münster si stende, tranquilla. La piccola linea ferroviaria che l’unisce a Colmar è ricaduta nel silenzio. Solo il mormorio dell’acqua corrente della Flecht invisibile cresce nell’aria odorosa.

Così come ogni volta che scende dall’organo il Dottore tace lungamente. Ma siamo giunti alla panca sulla quale preferisce sedersi: e ci fermiamo. La sua voce, la cui grave sonorità sembra rinforzata ancora dall’accento del paese natale (Günsbach), si eleva all’improvviso, come se continuasse apertamente un discorso racchiuso fino a quel momento in lui: “A Lambaréné anche tutto è calmo, e il sonno si impadronisce delle baracche. Solo quelli che soffrono s’agitano e si lamentano. Gli animali dormono. I medici e le infermiere desiderano il riposo. È proprio la stessa ora di qui …”. Nuovo silenzio: il Dottore è, col pensiero, al centro del suo ospedale. Compie, prima di ritornare alla sua camera, l’ultimo giro, percorre i dormitori dei malati, rivede tutti gli oggetti: “Buona sera, ragazzi miei”. M’ha detto un giorno: “Se non dicessi loro “buona sera”, essi non si addormenterebbero …” Ma noi sappiamo bene che lui stesso, se non avesse verificato ogni cosa, non si sentirebbe tranquillo.

La casa di Schweitzer a Günsbach

La casa di Schweitzer a Günsbach

Ogni sera, durante circa dieci anni consecutivi, il più lungo dei suoi soggiorni, è stato così. E noi ci domandavamo, ansiosi, se sarebbe tornato infine, se avremmo potuto raggiungerlo a Günsbach e camminare ancora al suo fianco nell’aria fresca del crepuscolo.

Così, da questa mattina, ho l’impressione di un miracolo: il tempo è abolito. Quando il vagone che mi portava da Colmar si è fermato all’incrocio di Günsbach, l’alta figura del Dottore si profilava invariata sulla strada bianca. Ho potuto appena parlare, tanto il mio cuore batteva forte. Mi ha abbracciato, e ho ritrovato il suo viso: dimagrito, scavato, certamente sbiancato: ma dove gli occhi sono più luminosi che mai e la bocca è piena di bontà sotto i baffi spioventi. Subito ha preso la mia valigia. Io protesto: egli ride di quel riso che conserva la freschezza giovanile: “Hai dunque dimenticato che con me non si discute?” Ed ho obbedito: l’ho seguito con felicità fino alla casa dove, da tanti e tanti mesi, la fedele signora Martin ha aspettato il ritorno del padrone. Abbiamo parlato subito di ciò che amiamo: delle famiglie, degli amici, degli scomparsi … La signora Schweitzer è in questo momento nella Foresta Nera, dove si riposa. Io ho trovato alloggio nella camera tutta bianca che mi è stata offerta, dove la vista si apre spaziosamente sulla vallata e sui Vosgi. E, prima della colazione, ci siamo riuniti nel vasto ufficio comune dove il Dottore ha il suo tavolo, la signora Martin il suo, che si riempie di lettere e di libri ad ogni arrivo del postino. Gli animali di legno e di avorio rozzi ed impressionanti, scolpiti dagli indigeni, si alternano ai ricordi più diversi: l’orologio di Guilmant, regalato dal grande organista a Schweitzer che lo fece mettere in cornice; disegni e pitture dove stanno l’una al fianco dell’altra l’Alsazia e l’Africa; e delle fotografie di famiglia. Mi sembra allora che il Dottore non ci abbia mai lasciati, che ci siamo separati appena alla vigilia, che la guerra, l’occupazione, l’immenso dramma di cui non si vede mai la fine non siano stati e non siano altro che una specie di cattivo sogno, tanto la presenza di quest’uomo radioso impone la sua certezzaa

albert2Il Dottore che pratica l’amicizia come un culto, si è rimesso a parlare di tanti argomenti, come egli solo può farlo: Strasburgo, – la musica, – gli antichi amici di Parigi, – il dramma morale della nostra epoca, – l’insegnamento di Goethe, – i risultati dei nuovi medicamenti contro la lebbra. Quest’uomo che contiene in sé le conoscenze e racchiude le potenze morali di tutta una serie di individualità superiori passa, con lo stesso agio, dalle considerazioni più precise sulla vita quotidiana alle meditazioni più alte sui problemi eterni. Poi è andato a scrivere nella sua camera dopo la colazione. Ma presto c’è stato il flusso dei visitatori che (amici di vecchia data e nuovi fedeli) viene quotidianamente a battere alla porta della sua casa da quando si sa che è presente. A quanti spiriti e cuori avidi non ha così dispensato la gioia della sua parola e del suo pensiero! Intanto la signora Martin aspetta, con i messaggi più importanti e più urgenti del postino, questo postino che reca umili richieste unite alle sollecitazioni dei Sovrani, e tante lettere di sconosciuti confuse con quelle dei più grandi personaggi del nostro tempo. Dopo il pranzo, riscaldato dalla stessa cordialità della colazione, siamo andati nella chiesa, nella bella luce del giorno morente, che sembrava penetrare profondamente le foreste dei Vosgi e i pascoli della vallata. “Non ti dispiace di ascoltare un po’ di organo?” ha detto il Dottore sorridendo. E l’anima di Bach, che in lui rivive, ci ha versato grande consolazione.

Un momento di silenzio: la notte è discesa e le prime stelle brillano al di sopra delle montagne affondate nell’ombra. Nella valle, le luci sparse del villaggio sono come umili riflessi di astri. La conversazione riprende: Alberto Schweitzer è ritornato a Goethe di cui, meglio di chiunque, ha compreso non soltanto il pensiero, oggi più attuale che mai, ma la passione costante di arricchire le cognizioni. Evoca Goethe quando lasciava la bella casa del Frauenplan a Weimar per correre nelle campagne vicine, si tratteneva con i contadini, si iniziava in tal modo alla cultura o all’innesto degli alberi da frutto, mentre in lui si costruivano lentamente le armonie sublimi del secondo “Faust”. E il pensiero del Dottore, volta a volta familiare ed alto, si volge a questa terra di Alsazia dove è nato e che di nuovo risuona sotto i nostri passi mentre discendiamo verso Günsbach addormentata. Mi parla allora di un’imbarcazione tutta piena di feretri di antichi combattenti, che il suo battello ha incrociato nell’Oceano: questo gli ha ricordato le esumazioni dei soldati caduti in Alsazia nel corso dell’altra guerra e che dopo l’armistizio si volle trasportare nelle loro terre; perché quei traslochi di poveri resti? “Se durante un soggiorno in Alsazia Dio mi richiama a sé, – mi dice fortemente il Dottore, – nel cimitero qui vicino io voglio ritrovare i miei. Ma se io mi addormento dell’ultimo sonno sulla terra d’Africa, che si lasci il mio corpo a Lambaréné: non è logico riposare là dove si cade, e la terra non è dappertutto la terra del buon Dio?

Adddio a dott$T2eC16N,!)QE9s3HD)e-BR,DN80iS!--60_12Taciamo ancora. La campana suona le dieci quando vediamo profilarsi nell’ombra la casa del Dottore. Questa breve evocazione della morte è presto fugata: egli si prepara, nel silenzio e nella solitudine della notte, a rimettersi a lavorare come da più di mezzo secolo non ha cessato di fare. Termina quest’opera di morale, questo messaggio che egli vuole utile e che noi tutti aspettiamo in tanti posti del mondo con un’impazienza felice. Già, tutto dedito al suo pensiero, egli è lontano da noi. Io mi attardo un po’ sulla strada: il Dottore rientra nella sua stanza, al pianterreno appena sopraelevato. Siede al tavolo: dalla finestra spalancata e incorniciata da una vigna giovane, si vede una parte della camera, di una semplicità monastica. Nel fondo il suo grande cappello nero e la giacca sospesi formano delle macchie scure sul bianco della porta. Egli scrive: la sua fronte circondata da alcune ciocche grigie respinte indietro si china sul tavolo. La luce della lampada si prolunga sulla strada fiocamente. Ed ho la certezza che l’rradiazione invisibile del suo spirito, in questo stesso momento, prodiga a innumerevoli fedeli – conosciuti o sconosciuti – un conforto tanto grande quanto la calma da lui profusa, a Lambaréné, a tutti coloro di cui ha lenito le sofferenze e illuminato i cuori”.

Per approfondire

Jacques Feschotte, Alberto Schweitzer, Curci, Milano 1952

Wilhelm Krumbach e la lezione di Günsbach

Il giovanissimo Wilhelm Krumbach sedeva con una certa trepidazione accanto ad Albert Schweitzer mentre questi suonava l’organo di Günsbach; doveva girargli, per ordine del suo maestro Adolf Graf, le pagine della partitura di Bach che aveva deciso di interpretare in onore degli ospiti che improvvisamente, durante una tournée del coro, erano passati a trovarlo.

Albert Schweitzer sull'organo di Günsbach

Albert Schweitzer sull’organo di Günsbach

Ricordando, in questo 2015, il 50° anniversario della morte di Albert Schweitzer, tornano alla mente le vicende legate a questa grande figura di filosofo, teologo, musicista, medico e grande umanista, insignito nel 1954 del premio Nobel per la pace. Tra queste vicende c’è questa che riguarda Wilhelm Krumbach a Günsbach seduto sulla panca dell’organo accanto a dott. Schweitzer.

Ma la figura di Albert Schweitzer aveva colpito profondamente anche la mia attenzione e sensibilità di diciottenne, quando nel 1961 sulla rivista settimanale Epoca apparve un grande servizio esclusivo a colori dal titolo “Vi parla il dott. Schweitzer”. Mi affascinò immediatamente la figura di questo grande organista bachiano, dottore in filosofia e teologia, al tempo stesso medico e predicatore coraggioso. Devo a questa figura straordinaria la mia passione incondizionata per la musica organistica di Johann Sebastian Bach di cui mio zio, don Pietro Allori, già mi aveva fatto intuire negli anni ’50 la grandezza studiando sull’organo di Gonnesa il Clavicembalo ben temperato. Dal 1961 continuai ininterrottamente a seguire quanto riguardava Albert Schweitzer e a condividere con molti l’idea che sia stato il più grande personaggio del XX secolo. L’intervista “Incontro con Albert Schweitzer” di Sergio Zavoli, trasmessa dalla Rai nel 1965 (alcuni frammenti sono rintracciabili su YouTube) rafforzò in me tale convinzione. A ciò contribuirono non poco anche le misuratissime parole e i silenzi, intesi come veri respiri profondi di quelle parole, utilizzate dal più grande giornalista televisivo italiano.

Quando, discorrendo con Wilhelm Krumbach, venni a conoscere l’episodio di cui sopra, le mie idealità verso quel mondo musicale, spirituale e morale divennero ancora più forti. E oggi, per me, ricordare il 50° anniversario della morte del grande medico del Lambarené (Gabon) vuol dire rituffarmi nel clima musicale dei corali organistici bachiani così come ce li ha presentati Albert Schweitzer nel suo inimitabile libro J. S. Bach, il musicista poeta, e come li ha sempre interpretati inimitabilmente all’organo Wilhelm Krumbach. Dunque significa voler ricordare, per contribuire a trasmettere nel tempo e alle nuove generazioni, i valori religiosi e artistici testimoniati da Albert Schweitzer, il grande apostolo del rispetto per la vita e da Wilhelm Krumbach quale allievo esemplare del mondo luterano spiegato con la parola e la musica dal dott. Schweitzer.

I coristi e i musicisti che hanno conosciuto e frequentato per qualche tempo Wilhelm Krumbach lo ricordano così: un maestro e un amico che “ci ha insegnato a pregare con i suoni dell’organo “ (Egidio Saracino). Un uomo di profonda sapienza musicale e umana che esprimeva soprattutto con le tastiere dell’organo. Un artista che aveva trovato il vivo centro della sua attività, e che, come sottolinea in una sua celebre lettera Rainer Maria Rilke, “ nulla per lui è così importante come mantenervisi: il suo posto non è mai, neanche per un attimo, accanto allo spettatore e al critico”. Il suo interpretare scaturiva sempre da una alta tranquillità interiore, ed era costantemente teso verso qualcosa di ineffabile. Servivano umiltà e pazienza per riuscire a svelare quanto intendeva suonare; ed era questo che per Wilhelm Krumbach significava vivere da artista.

Il suo suonare, per ogni ascoltatore, risultava vigoroso e convinto. Ciascun movimento della battuta ricercato con pacatezza, senza affanno. La sua serenità e sicurezza gli consentivano di individuare presto ciò che era determinante nei diversi linguaggi musicali.

Da qui quel suo suonare e quel suo incedere sulle partiture con una giusta e ponderata lentezza per penetrare con chiarezza il senso di ciascuna frase e riuscire a dare un senso artistico unitario a ogni brano eseguito.

Pensiero, spirito, personalità; fede, perseveranza, pacato entusiasmo, desiderio di trasmettere all’anima dell’ascoltatore il senso trascendente della vita attraverso i colori e i suoni dell’organo: è quanto aveva colto della lezione di Albert Schweitzer a Günsbach, cui, come già sopra accennato, aveva avuto l’onore, da giovanissimo, di sedergli a fianco, sulla panca dell’organo, per girargli le pagine in una esecuzione riservata della Toccata, adagio e fuga in di maggiore BWV 564, durante uno dei viaggi del coro in cui Krumbach cantava e che era diretto da Adolf Graf, apprezzato organista e fraterno amico di Albert Schweitzer.

Così un giorno mi raccontò il prof. Krumbach:

«All’imbrunire giungemmo nei pressi di Günsbach, e il maestro Graf ci comunicò di aver avuto notizia che il suo amico Albert Schweitzer era rientrato dal Gabon e si trovava presso la sua casa di Günsbach e decise di fargli una improvvisata. Giunti di fronte all’abitazione del dottore il coro intonò un canto del suo repertorio e subito le finestre si illuminarono. “Questo non può che essere Adolf con il suo coro diocesano”: così pensò immediatamente il dott. Schweitzer e andò subito a salutarlo rivolgendo al coro parole di ringraziamento. Poi, data la vicinanza della chiesa nella quale si trovava l’ormai celebre organo sul quale Schweitzer aveva realizzato le incisioni di Johann Sebastian Bach per la Columbia, grande casa discografica americana, ci invitò a seguirlo nella chiesa. “Voi avete cantato per me e adesso io suonerò per voi.” A questo punto il mio maestro Adolf Graf mi invitò a seguire il grande organista nella tribuna dell’organo per girargli le pagine e assisterlo, se richiesto, nella registrazione.»

Heinz Wunderlich con Albert Schweitzer alla consolle dell'organo Schnitger di Amburgo

Heinz Wunderlich con Albert Schweitzer alla consolle dell’organo Schnitger di Amburgo

Heinz Wunderlich, nato a Lipsia, ha compiuto i suoi studi organistici alla scuola di Karl Straube. E’ stato interprete di diversi concerti sull’organo “Tamburini” della Cappella Sacro Cuore dell’Università Cattolica negli anni ’70 del secolo scorso su invito di Angelo Rosso direttore artistico degli Amici della musica dell’Università Cattolica di Milano. Indimenticabile per Milano la sua interpretazione del concerto eseguito martedì 18 gennaio 1977. Programma: Dietrich Buxtehude, Preludio e fuga in mi minore; Johann Pachelbel, Variazioni sopra “Christus, der ist mein Leben “e Preludio in re minore; Johann Sebastian Bach, Fantasia e fuga in sol minore (BWV 542), Sonata in trio in re minore (BWV 527), Preludio e fuga in re maggiore (BWV 532)

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