Coristi dell'Angelo, Pietro Allori

Musica e liturgia nelle cattedrali: prospettive teologiche e osservazioni pratiche

Mercoledì 5 agosto 2015 presso l’Auditorium vescovile di Iglesias, durante la tavola rotonda organizzata in commemorazione del 30° della morte di don Pietro Allori, maestro di cappella della cattedrale di Iglesias, il prof. Giacomo Baroffio ha incentrato il suo intervento sull’importanza della musica e della liturgia nelle cattedrali.

Questo intervento è stato rivisto dallo stesso autore che ha voluto aggiungere anche un altro scritto sull’argomento.

Il rapporto “canto-preghiera-spazio” in una cattedrale si configura come una particolare unità linguistica che tende a esaltare ora il moto espansionistico e l’orizzontalità della monodia liturgica gregoriana nel disegno del largo spazio architettonico (vedi Salva sancta parens), ora la verticalità della polifonia che tende a salire maestosamente nello slancio delle alte navate (vedi Ecce sacerdos e Tu es sacerdos), ora la ripartizione volumetrica delle sonorità attraverso la ricerca di un costante equilibrio tra spazio e suono. Una musica, quella per una cattedrale, che deve dunque tener conto dell’unità architettonica generale dello spazio e del suono chiamato a riempire quello spazio in un clima di raccoglimento e di profonda interiorità.

Alcuni brani composti da don Allori per la “sua” cattedrale sono stati eseguiti durante la Messa dei cantori celebrata nella cattedrale di Iglesias, dopo il convegno, dal vescovo Giovanni Paolo Zedda nel giorno in cui si è voluta ricordare l’ordinazione sacerdotale di don Allori (5 agosto 1951).
Qui di seguito potrete ascoltare i file audio live dei brani polifonici Ecce sacerdos magnus – don Allori lo dedicò nel 1964 a S. E. mons. Enea Selis per la sua ordinazione episcopale – e Tu es sacerdos. Il primo è il canto “pontificale” per eccellenza, dato che la liturgia lo prevede espressamente per l’entrata processionale del vescovo nella cattedrale prima della celebrazione della Messa pontificale nelle grandi solennità liturgiche. Il secondo lo si canta abitualmente durante la Messa del rito dell’ordinazione sacerdotale.

Salva sancta parens, introito gregoriano in festo S. Mariae ad nives (5 agosto)


Pietro Allori, Ecce sacerdos magnus AP 202 a 4 voci miste, 1964


Pietro Allori, Tu es sacerdos AP 536 a 4 voci miste, 1984


***

Musica e liturgia nelle cattedrali: prospettive teologiche e osservazioni pratiche
di Giacomo Baroffio

Quando si affronta un tema legato alla vita della Chiesa, non si può escludere dall’orizzonte teologico, storico, artistico una realtà che rischia di essere misconosciuta nella sua essenza. Il pensiero va alla cattedrale, sede della cattedra episcopale e centro della vita liturgica della Chiesa locale. La Chiesa locale, ricorda il Concilio Vaticano II, si manifesta con la massima intensità nell’azione liturgica presieduta dal vescovo e celebrata con la comunità diocesana. La cattedrale è quindi la casa per eccellenza – Domus/ Duomo – dove D-i-o offre ospitalità al suo popolo, mentre la comunità cristiana, da parte sua, cerca di mettersi alla sua presenza in preghiera, adorazione, condivisione solidale della propria esperienza per la crescita nella fede, nella speranza, nella carità. Ciascuno di questi termini evoca orizzonti ben precisi e concreti.

Stupisce vedere come la cattedrale spesso sia considerata in modo estremamente riduttivo. Quello che emerge di solito è la configurazione architettonica (ampiezza dell’edificio, stile caratteristico di un’epoca), la bellezza eventuale degli arredi (vetrate, sculture, pitture). Sono tutti elementi che giustificano una relativa attenzione nei confronti del duomo che è scelto per vaste assemblee, incontri, celebrazioni. Tutte iniziative opportune, ma che rischiano di lasciare nell’ombra il fatto principale. Anche nell’esame della cattedrale è necessario riconoscere: non sono le cose che contano (l’edificio in questo caso), bensì le persone che lì operano. La cattedrale rivela il suo senso, la sua ragione d’essere unicamente se rapportata alla persona del suo vescovo. Non c’è cattedrale senza vescovo. La cattedrale in quanto edificio è immobile, ma in realtà si muove, è in continua trasformazione. Si modifica a immagine del proprio pastore, riflette la sua spiritualità, dilata la sua carità. È segno sensibile della sua presenza.

Il successore degli apostoli – che lo Spirito santo sceglie a guida di una diocesi – non può essere assimilato a una casta di burocrati o di amministratori di matrice pagana (dalla Roma dell’antichità a Napoleone nell’epoca moderna). Il vescovo è il padre della comunità: la genera attraverso i sacramenti, la istruisce con la Parola, l’accompagna con la liturgia. È la guida nei momenti di smarrimento, è il conforto nell’angoscia, è la conferma nei momenti difficili e pur colmi di affermazioni positive in campo ecclesiale e anche socio-politico.

La cattedrale è la cassa di risonanza che permette al vescovo di condividere la propria esperienza e diffondere il Vangelo. Uomo della Parola di D-i-o, aiuta la comunità nel cammino della lectio divina. Uomo dei sacramenti, è presente in ogni situazione che anela alla salvezza. Come fa un vescovo ad assolvere questa sua missione? Certamente i sacerdoti sono i primi suoi collaboratori nel vasto campo della pastorale. Ma non sono gli unici che aiutano il vescovo nel realizzare il suo impegno di padre e di maestro. Una grande responsabilità nella vita ecclesiale della diocesi l’hanno pure i laici e, nel vasto mondo laicale, la Cappella musicale. L’insieme, cioè, delle persone che si mettono a servizio della comunità rendendo disponibili i propri talenti – doni di D-i-o! – di compositori, strumentisti e cantori.

Il motivo è semplice. A parte alcuni interventi di ordine culturale – opportuni e talora necessari per ridestare un tessuto culturale atrofizzato –, l’impegno primario della Cappella musicale nel suo insieme o anche in una sola sezione (ad esempio, il coro gregoriano, il coro polifonico …), non è quello di fare musica in una prospettiva estetica o d’intrattenimento sociale. I musici sono prima di tutto gli amplificatori della voce sinfonica del vescovo. Sono con lui i profeti che oggi annunciano il Regno e le sue esigenze.

C’è da chiedersi se di questa realtà ecclesiale abbiano coscienza e i vescovi e i musici. Che cosa comunica il pastore ai cantori? Quale indirizzo imprime al coro nella prospettiva profetica ora ricordata? Purtroppo ci sono vescovi del tutto ignari, non sanno neppure che nella cattedrale c’è un coro, c’è un organo. Entrano in chiesa: guardano e non vedono, sentono e non ascoltano! Ma non è che l’atteggiamento dei cantori sia sempre giusto. Quante cappelle musicali nel redigere il programma dell’ “anno sociale”, cioè dell’ “anno liturgico”, prendono come Magna Charta delle proprie scelte musicali le omelie del proprio vescovo, le sue lettere pastorali? Quale repertorio viene costruito in modo tale da edificare una struttura musicale che accompagni e in qualche modo sorregga il magistero del vescovo, lo renda più comprensibile, apra degli squarci di poesia capaci di affascinare i cuori e illuminare le menti?

Nonostante molteplici difficoltà e segnali negativi, la Cappella musicale non può e non deve rinunciare alla propria vocazione. I membri della Cappella sono anche musicisti, comunicano in modo splendido e convincente grazie al linguaggio dei suoni. Ma non sono esclusivamente musicisti e in Chiesa, durante la liturgia, rivelano una più profonda identità: sono donne e uomini di fede. Sono credenti alla ricerca del Volto di Cristo. Sono affascinati dal timbro della sua voce che risuona nella Parola di cui sono assetati. Parola che cercano di raccogliere con mano tremante attraverso le briciole della catechesi del vescovo. Così nasce la comunione della vita in Cristo che supera ogni aggregazione di comodo. Così si supera la tentazione della fuga dalla realtà cercando appoggi tra persone che nutrono gli stessi “gusti”.

La Parola ruminata dal vescovo e da lui proposta con umile audacia, è provocazione delicata e insieme martellante. La sua forza d’urto cresce a dismisura quando è assunta dalla Cappella e comunicata grazie al canto e alla musica strumentale. Il bilancio di una Cappella a servizio della Parola nella liturgia è positivo quando l’assemblea è favorita nel fare silenzio, nell’ascoltare la Parola proclamata, nell’accogliere questa Parola, nel riflettere sulle parole che sminuzzano e spiegano le Scritture, nel riscoprire il fascino di una presenza: il vescovo che ripropone nella sua persona Cristo medico, Cristo maestro, Cristo splendore del Padre.

In unione con lo Spirito di Cristo, ogni vescovo e ogni membro della sua Cappella potranno orientare la propria esistenza affinché non siano sprecati i doni di D-i-o. Occorre ricostruire, forse costruire da zero una comunione di vita nello Spirito mettendo al centro degli interessi quotidiani la Parola e i sacramenti. Soprani e bassi, tenori e contralti, tutti sono chiamati a dare il meglio di sé. Nella convinzione che si sarà in qualche misterioso modo maestri nella misura in cui si sarà teodidatti, discepoli alla scuola dello Spirito.

*          *          *

Nell’orizzonte della vita ecclesiale, rispetto agli altri edifici di culto (chiese parrocchiali, santuari, oratori, cappelle) la cattedrale si è qualificata soprattutto grazie a due elementi che evidenziano il suo ruolo di centro della diocesi: il battistero, per secoli ubicato in un edificio autonomo con proprie specificità architettoniche (ad esempio, la forma ottagonale) e funzionali (come il fonte e/o la vasca battesimale); la cattedra episcopale, come si è visto, centro di unità e qualificante polo d’aggregazione del popolo cristiano. Quale conseguenza immediata di questa situazione, le cattedrali si propongono come edifici di grande volumetria, che permette agli spazi architettonici di dilatarsi in senso sia orizzontale sia verticale. Si moltiplicano, inoltre, le possibilità espressive che permettono alla cattedrale di rivelare la sua natura primaria: centro e fondamento della fede della comunità cristiana. A realizzare questo impegno ecclesiale convergono eventuali ulteriori edifici annessi, come il già ricordato battistero. In un passato remoto, intorno alle cattedrali sorgevano le scuole episcopali, più di recente, talora, i seminari. Alcune cattedrali hanno annesso pure un chiostro, con la possibilità d’inserire altre costruzioni importanti quali la biblioteca capitolare e le abitazioni dei canonici. La sapiente disposizione di elementi quali l’altare sacrificale e la cattedra magisteriale s’inserisce in un preciso programma che viene esplicitato nel dispiegarsi di incisive tracce catechetiche nelle pitture e nei mosaici, nelle vetrate e nelle sculture. Questi elementi di natura diversa sono accomunati da un fatto non trascurabile: sono tutte realtà immobili, fisse, sempre presenti nell’edificio, durante le celebrazioni e al di fuori di esse.

Un altro elemento, reale e concreto, ma per sua natura impalpabile e sfuggente, da sempre fa parte integrante dell’azione liturgica. S’introduce nella cattedrale e ne invade ogni spazio fino al più recondito e oscuro: è la musica. Essa è presente e viva soltanto quando risuona, senza escludere il recupero che generosamente ne fa la memoria, quando ritorna su alcune melodie o ripercorre le emozioni suscitate nel profondo dall’architettura sonora. Organi e campane, certo, sono ben fissati e immobili; ma quando non suonano non svolgono la loro funzione precipua, ancorché siano visibili, e caratterizzino questa e quell’edificio. Al contrario, il gruppo corale – o i gruppi cantoriali presenti con funzioni differenziate, come nel caso della Cappella Sistina (per le sole liturgie papali) e della Cappella Giulia in San Pietro a Roma – occupa di solito uno spazio fisso, ma è capace di adattarsi alle esigenze rituali e spostarsi all’interno e anche all’esterno dell’edificio durante i riti processionali.

Insieme alle altre “arti”, la musica nelle cattedrali riflette il medesimo contesto spirituale e sociale. Le sontuose chiese progettate e costruite dai grandi architetti di ogni tempo sono abbellite dalle pitture di valenti maestri; i libri a uso del vescovo, del clero canonicale e dei cantori sono approntati da esperti calligrafi e miniatori; le cappelle musicali accolgono i compositori e gli esecutori di fama e di massima notorietà. Pur nel mutare dei tempi e delle condizioni, si consolida sempre più l’apoteosi della cattedrale quale scrigno della bellezza. La bellezza splendente illumina la celebrazione, riflette e canta la gloria di D-i-o. Sollecita parimenti e aiuta la comunità nella sequela di Cristo. Questo è quanto ancora testimoniano le pietre, gli affreschi, le miniature, i libri con musica, le campane, gli organi, e i canti.

Alcuni periodi della storia presentano felici esperienze che si propongono ancora oggi come paradigmi di una rivalutazione e valorizzazione della cattedrale quale centro della vita liturgica ecclesiale. Non si tratta di copiare nostalgicamente forme e pratiche del passato. La cattedrale non è un museo; la comunità celebrante non è un’associazione di guardiani attenti a conservare gli “oggetti” in mostra o riposti in qualche deposito. Spesso certa nostalgia in ambito rituale e musicale nasce dall’ignoranza di quello che è stato il passato reale ed è provocata dallo smarrimento in un presente confuso, spogliato di ogni valore credibile. Ciò crea uno spazio che non è affatto vitale e in cui non si afferma il bello, bensì soltanto un luogo di esibizioni maldestre che finiscono per esaurirsi nello sfaldamento di improvvisate aggregazioni sociali senza nessun solido fondamento spirituale e senza nessuna prospettiva di fede.

Questa condizione di massima criticità nella vita ecclesiale e liturgica impone alle cattedrali il recupero urgente della loro funzione primaria: sede di magistero e scuola di vita cristiana, in particolare scuola di preghiera e di liturgia. Le scuole medievali, che hanno fatto delle cattedrali il nucleo centrale dell’educazione accademica e sociale, oggi trovano la loro felice attualizzazione nelle diverse istituzioni formative che si moltiplicano intorno a varie tematiche, quali l’iniziazione all’universo biblico e l’attenzione ai problemi sociali più pressanti. Un interesse non minore dovrebbe essere riservato all’educazione alla preghiera e alla liturgia. Un cammino, quest’ultimo, che integra e non può essere separato dall’impegno fattivo della carità e dalla ricerca di D-i-o attraverso l’ascolto della Parola.

Questa “sinfonia” di impegno spirituale vede convergere gli interessi su realtà diverse da riscoprire nelle risonanze del proprio cuore e dell’intelligenza. Nello stesso tempo, si apre verso gli altri con una donazione cosciente che sa mettere a disposizione quello che si è, prima ancora di quanto si sa o si è in grado di fare e di dare. La vita comunitaria intorno e all’interno della cattedrale è la condizione ottimale per crescere come musicisti di Chiesa, appunto perché i ministeri corali e strumentali si realizzano concretamente sul piano musicale. La musica nella liturgia è trasfigurata e modificata alla radice: non è l’arte dei suoni, bensì la profezia che annuncia e realizza la Parola viva. In questo la cattedrale diviene modello e riferimento: le strutture “materiali” offrono possibilità uniche di integrazione e di crescita, coinvolgono tutta la persona.

La “scuola” non si ferma alla tecnica musicale, la presuppone e la supera. Quanto si apprende nei corsi formativi non si degrada a sterile cognizione astratta. Al contrario, diviene esperienza vissuta nelle relazioni interpersonali, si fa momento di apertura che accoglie la grazia di D-i-o e la dona filtrata e tradotta nel linguaggio della musica che riesce a toccare il profondo della persona. All’ombra della cattedrale, la formazione teorica e l’esperienza vissuta nel quotidiano s’intrecciano e contribuiscono a edificare la comunità. Sull’orizzonte di una solida formazione globale e l’esercizio corretto del linguaggio musicale, nasce una coscienza dell’importanza della musica all’interno della celebrazione liturgica. Canto e musica strumentale sono praticati non tanto per conferire alle azioni sacre chissà quale alone estetizzante. La loro funzione è ben diversa. In primo luogo, la musica riesce a fare breccia nel cuore umano e lascia filtrare sino alle radici della persona il Logos divino. In secondo luogo, attraverso la musica è l’assemblea tutta che in qualche modo reagisce alle sollecitazioni della Parola e risponde con le modalità che hic et nunc sono le meno inadeguate a dire la fede: il silenzio, il balbettio, poche frasi sconnesse, discorsi fluidi, canti.

Ai musici è richiesto il rispetto dell’assemblea. Il cantore e lo strumentista non monopolizzano la celebrazione, sono ministri a servizio di D-i-o e della famiglia dei credenti. La pratica musicale della cattedrale è chiamata a proporre degli itinerari che possano essere percorsi anche dalle chiese minori e periferiche in occasione della celebrazione eucaristica e delle Ore, dei battesimi e degli altri eventi sacramentali. Si deve affrontare con umiltà il repertorio delle musiche da eseguire superando la tentazione dell’esibizionismo. Ci si deve inserire nell’assemblea non come corpi estranei, bensì quali membra vive, tessuto connettivo che permette a tutti i singoli celebranti di amalgamarsi e di creare l’unità nella carità. A parte la sapiente scelta delle musiche, che non dovrebbe trascurare nessun elemento, la cattedrale deve risolvere altri problemi, ad esempio la collocazione fisica dei cantori e degli strumenti. Dove staziona il coro? Dove è fissato l’organo? Dove si riuniscono altri strumentisti? Come esprimere l’unità di tutti i celebranti nel rispetto delle differenti funzioni, dal vescovo ai ministranti, dal coro dei cantori ai lettori, dagli strumentisti all’assemblea? Sono domande che esigono riflessioni sul piano strettamente fisico acustico. Ma le risposte devono essere ispirate fondamentalmente dalla visione teologico-ecclesiale dei ministeri e della loro azione all’interno della liturgia.

Non si tratta di concedere qualche metro quadrato a qualche piccolo gruppo per particolari situazioni; è in gioco la vita della Chiesa che nella liturgia rivela chi essa realmente è. Una verifica sulla rettitudine delle scelte liturgico-musicali dal repertorio alla collocazione dei musici è la vita degli stessi musici e della comunità orante. A distanza di uno o due anni ci si può rendere conto se il vescovo è più sollecito nella cura pastorale, se il clero e i ministri vivono con maggiore intensità la loro funzione, se i musici cantano in modo “sublime” fino a scomparire del tutto e lasciando risuonare soltanto la Parola, se l’assemblea s’impone spazi più dilatati di silenzio per interiorizzare la Parola proclamata nel canto. Se ciò non avvenisse, sarebbe purtroppo il segnale che qualche cosa non va. Vorrebbe dire che la liturgia e la sua musica, nonostante tante parole, è rinsecchita ed è degenerata in fatuo ritualismo.

Spesso il problema è culturale, nel senso che è venuta a mancare una guida spirituale che accompagni i credenti a scoprire la liturgia e la sua musica nel loro valore intrinseco. La Messa, ad esempio, vissuta solo o prevalentemente come precetto giuridico, porta con sé una coartazione dei tempi. “Meno Messe e più Messa” si è detto più volte. La cattedrale è scuola di liturgia nella misura in cui recupera la piena ministerialità di tutti i celebranti e respira con la musica. Ciò comporta la responsabilità di affrontare, tra gli altri, un problema non trascurabile, quello della durata delle celebrazioni. Una Messa o un vespro in canto esigono tempi dilatati. È vero che non sempre è possibile o opportuno che una liturgia duri molto tempo. Sorprende però che in alcune chiese e cattedrali mai si superi l’orario standardizzato e appiattito al minimo. Come lascia perplessi il fatto che se un elemento è dilatato, questo sia l’omelia e non, ad esempio, la preghiera eucaristica o il momento della comunione, spazio privilegiato di preghiera cantata e di silenzio.

Il ricupero della cattedrale ha una via obbligata: il risveglio della fede, che si traduce in passione per la vita. È la sobria ebbrezza dello Spirito che apre l’esistenza a nuove prospettive, dischiude possibilità ignorate o respinte. In modo provocatorio si potrebbe fare il confronto tra il tempo trascorso allo stadio dai tifosi sportivi e il tempo concesso alla “partita” che il buon D-i-o è pronto a giocare con ciascun credente nella celebrazione eucaristica. Partita di calcio e Messa si “giocano” entrambe la domenica. Durante il corso di liturgia presso l’Università di Bonn, Theodor Klauser, cinquant’anni or sono, osservava con amarezza: al gol della squadra del cuore tremano gli spalti degli stadi sotto l’onda d’urto delle grida e degli scatti dei tifosi entusiasti. All’Amen che conclude la preghiera eucaristica non trema nessun muro delle nostre cattedrali…

Annunci

Discussione

I commenti sono chiusi.

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Privacy e cookies – Informativa per i lettori

Questo sito web è ospitato sulla piattaforma di blogging WordPress.com.
Utilizzando questa piattaforma, gli amministratori, i redattori e gli utenti visitatori sono soggetti alle condizioni espresse dai Termini di Servizio e alla Privacy Policy di Automattic, ciascuno per la sua parte.

La piattaforma fa uso di cookies erogati per fini statistici e di miglioramento del servizio.
I dati raccolti sono visibili solo in forma anonima e aggregata secondo quanto stabilito da WordPress.com, e non si ha accesso ai dettagli specifici di accesso (IP di provenienza, o altro) dei visitatori.

Proseguendo nella navigazione sul sito si acconsente all'utilizzo dei cookies.

Per maggiore approfondimento, per dettagli sui cookies o per bloccarne l'installazione, prendere visione della Informativa sulla privacy e sull'utilizzo dei cookies.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: