Attività

Una profonda meditazione teologica su “Il canto nella Liturgia”

di Giacomo Baroffio

(Santulussurgiu 30 ottobre 2015)

[…] Per il canto nella liturgia esiste da sempre un chiaro criterio di valutazione: –

la santificazione delle creature tutte e la gloria di D-i-o –

non il trionfo dei ministri scaduti a presuntuosi esecutori”.

 

Sigieri

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

“Te Deum laudamus” mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

 

Tale immagine a punto mi rendea

ciò ch’io udiva, quel prender si suole

quando a cantar con organi si stea

 

ch’or si, or non s’intendono le parole

 

Dante Alighieri

 

IL CANTO NELLA LITURGIA

  1. Dall’esperienza quotidiana alla riflessione conciliare

Da sempre e in tutte le culture la musica è un segnale forte di un evento sociale che ha profonde ripercussioni emotive ed una sentita partecipazione. Non meraviglia quindi se, anche a proposito della celebrazione liturgica cristiana, il binomio “musica/canto-partecipazione” assuma una rilevanza di primo piano confermata dalla Sacrosanctum Concilium (cfr., ad esempio, i nr. 11, 30 e 113) sino ad una riflessione più puntuale nelle successive “Istruzioni” e in altri documenti ufficiali della Chiesa. Emerge, tuttavia, da tali pronunciamenti una fluidità di posizioni diversamente sfumate che non sempre aiutano a chiarire il problema.

Il concetto stesso di “partecipazione” nel solo ‘900 ha avuto valenze notevolmente differenziate a seconda del contesto teologico (ecclesiologico) e culturale (antropologico) in cui è stato pensato e proposto. Spesso si sono contrapposte in modo esasperato le dimensioni dell’ “attivo” e del “passivo”. Ci si è dimenticati che l’essenza della partecipazione non sta in nessuno di questi due atteggiamenti, bensì nell’accoglienza della vita di D-i-o e nella partecipazione alla missione profetica, regale e sacerdotale di Cristo.

Il quadro della situazione in alcuni momenti, purtroppo, si offusca ed è velato da posizioni aberranti sostenute in nome di una facile demagogia che periodicamente rivendica una democratizzazione liturgica ed un attivismo inconsistente (“tutti devono cantare tutto”). Non aiuta a sbrogliare la matassa neppure la posizione esasperata di chi, arroccato su affermazioni opposte (“nella liturgia sia ammesso soltanto il gregoriano e/o le composizioni della polifonia classica”), pretende di difendere strenuamente la cosiddetta tradizione e non si accorge che invece le fa torto. “Conservare et promovere” è il motto di un giusto atteggiamento nei confronti della realtà musicale (cfr. SC 114).

Alcune notevoli difficoltà presenti nell’universo liturgico-musicale – sia a livello teoretico, sia nella prassi – sono dovute principalmente al fatto che la musica è considerata e vissuta come un fatto a sé stante. Il canto e la musica sacra, in realtà, si relazionano alla liturgia in un preciso contesto cultuale e con parametri che, a cerchi concentrici, abbracciano: il fatto sonoro e le sue componenti antropologiche, la liturgia con le proprie strutture celebrative, la realtà ecclesiale nella dinamica di un incessante confronto e colloquio con D-i-o.

 

  1. Tre prospettive esistenziali

Una visione della liturgia che tenga conto del suo statuto con le varie istanze che lo costituiscono – in primo luogo quella teologica ed antropologica – evidenzia tre coordinate che formano altrettanti piani relazionali privilegiati. La liturgia si vive, infatti, nel rapporto tra Dio e la creatura, tra la singola persona e la comunità nelle sue varie articolazioni, tra il prima e il dopo.

a) La liturgia vissuta in tensione tra D-i-o e la creatura

La liturgia è lo spazio dove D-i-o si fa presente al popolo credente. A modo suo. Egli offre la sua Parola che abbatte ogni barriera, partecipa la sua stessa vita a quanti considera figli, si rende nutrimento di quanti sono affamati di giustizia e di misericordia, svela il suo splendore a quanti, a tastoni, ricercano la verità. Nella celebrazione, tuttavia, prende consistenza una tensione tra il “già e non ancora” che fa spazio anche a un D-i-o trascendente, inaccessibile, che non solo provoca sino all’estremo delle resistenze umane con il suo silenzio, ma si sottrae anche alle pretese della conoscenza razionale rivelandosi ineffabile, al di là di ogni pensiero ed immaginazione.

Altro non può essere il Padre del Crocifisso, il reietto dalle genti, il fallito che pretendeva di governare il mondo con la magna charta del discorso della montagna. La lettura, meditazione e comprensione approfondita della Parola di D-i-o e dell’eucologia ecclesiale accompagnano e confortano il credente sino a un certo punto dell’itinerario di fede. Dopo passi sicuri e vie spianate, può iniziare per ognuno in qualsiasi momento un cammino irto di ostacoli: la via della vita si restringe sempre più ed obbliga ad abbandonare ogni bagaglio di sicurezza e di certezze acquisite. È la via dolorosa del Golgotha che vede lo spogliamento progressivo sino alla nudità della Croce, dell’isolamento sociale e di una solitudine che, sola, permette di lasciarsi cadere nel pozzo del cuore per ritrovare, nel buio dello smarrimento totale, l’unica Luce che può rischiarare l’esistenza.

Si comprende allora che cosa significhi essere creatura, si avverte il miracolo quotidiano della misericordia: la vita si apre a D-i-o con la mano tremante e sporca dell’accattone. Lo sguardo di Cristo allora appare penetrante nella forza che riabilita e riscatta dal peccato. È il momento in cui si percepisce lo spessore ed il peso – in quanto a responsabilità da portare – della frase apostolica: non solo chiamarsi, ma essere realmente figli di D-i-o.

b) La liturgia vissuta in tensione tra singola persona e comunità orante

La dimensione religiosa della vita trova grandi ostacoli in tante manifestazioni fraudolente che si sostituiscono alla realtà: un certo tipo di religiosità – falsa – si sostituisce alla fede. Un facile, benché scandaloso servilismo, sembra esonerare dal prendere su di sé le proprie responsabilità. Un formalismo rituale, preciso sino nell’ultimo particolare, è contrabbandato come se fosse l’anima del celebrare i santi misteri. In questo orizzonte l’incidente più grave e nefasto colpisce gli uomini che spesso abdicano alla propria dignità e, così facendo, sgretolano dalle fondamenta l’impianto sociale.

Si rinuncia – talora anche per violenza esterna – ad essere persona perché in certi momenti ciò costa sacrifici, e notevoli. Ci si lascia trasformare in mero numero nell’ingranaggio consumistico o in anonima pratica all’interno di un mostruoso apparato burocratico dove tutto sembra svolgersi senza intoppi. L’anonimato, infatti, guida la regia di questa farsa, una rappresentazione balorda che finisce per trasformare le persone in pagliacci inconsistenti, senza testa, senza cuore.

La convivenza sociale in queste condizioni annulla il singolo individuo per assorbirlo nella poltiglia grigiastra della massa, senza intenzioni proprie, senza direzione di vita. Tutto è sotto controllo e, peggio ancora, è facilmente manipolabile.

La Chiesa in preghiera propone da secoli ormai a tutti i credenti più o meno le stesse preghiere, le medesime rappresentazioni mentali di D-i-o e del cristianesimo. Ciò non toglie che – alla scuola di Cassiano, di Origene, di Gregorio Magno e di tante persone spirituali – la proposta ecclesiale continui ad essere una provocazione che sfida l’individuo a prendere posizione, a scoprire se stesso, tutta la sua persona con gli slanci di generosità e i rifiuti meschini, la forza di affrontare i rischi e la pusillanimità della paura paralizzante, i momenti di angoscia disperata e gli sprazzi incandescenti della speranza senza nessun puntello tangibile.

La liturgia è la scuola in cui s’impara a conoscere se stessi e a riconoscersi come persona. Il che avviene confrontandosi non soltanto con D-i-o e con la Chiesa, ma anche con la comunità. Il senso dell’autocoscienza si rivela nella qualità del rapportarsi agli altri. Nella misura in cui ci si considera persona, si tratterranno anche gli altri come persone, si riconoscerà la loro dignità indipendentemente da tanti aspetti decisamente accessori, quali sono la religione professata o negata, il censo sociale, l’istruzione, il colore della pelle e le abitudini emergenti, buone o cattive che siano. Davanti alla “persona” di D-i-o non si può non riconoscere in se stessi e negli altri che delle persone create a sua immagine e somiglianza.

c) La liturgia vissuta tra un prima e un dopo

Chi ha un minimo di esperienza nella preghiera non può che aderire al programma seguito dai sapienti d’Israele e ricordato nel trattato delle Berakoth (V, 1) all’inizio delle Mishnajot: “Ci si alzi per la preghiera con seria e profonda intenzione (con la pesantezza del capo). Le persone pie di una volta avevano l’abitudine di fermarsi per un’ora e solo dopo iniziavano a pregare, in modo da rivolgere la loro mente a D-i-o”. Chi si pone alla presenza di D-i-o è chiamato a tener conto di questa condizione, cosa che non è affatto ovvia. La liturgia – per sua natura una realtà orante – implica uno stacco da ciò che la precede e dal mondo che le è estraneo.

La bontà di molte azioni intraprese e progettate, la necessità di alcune attenzioni sul piano intellettuale (pensieri) ed operativo (attività) e quant’altro di positivo si voglia aggiungere, non sono motivi sufficienti per impedire al cuore di farsi accoglienza nei confronti di D-i-o. Non si tratta di fargli un poco di spazio in mezzo ad altri ospiti (pensieri e preoccupazioni). Colui che l’universo non può contenere può trovare ospitalità soltanto in un cuore verginale che Lui potrà dilatare in un’estensione infinita.

D-i-o esige che si sgombri totalmente il terreno, che non ci sia posto per nessun altro: solo così lo si può accogliere quale Signore assoluto ed indiscusso della vita. Tutto ciò che c’è stato prima della liturgia scompare. Il che comporta lo spezzare vincoli familiari, il sacrificare aspirazioni legittime: è, in piccolo, ma sempre cruda, l’esperienza di Abramo chiamato a sacrificare il figlio Isacco. Nel momento in cui ci si inoltra verso roveto ardente, il fuoco distrugge solo le scorie e ci si ritrova con il cuore purificato, capace di ospitare, nel senso più nobile del termine, tutte le persone ed i pensieri che si erano abbandonati a fatica. Lo spazio interiore che D-i-o sembrava aver confiscato unicamente per sé, diviene accoglienza misericordiosa del prossimo, capacità di rinnovata riflessione ed impegno professionale.

Se non si riesce a sbarazzarsi del “prima” – cosa certo non facile, si è detto – l’azione liturgica si irrigidisce in una successione di riti formali, vuoti di ogni risonanza esistenziale: il corpo è in chiesa, mente e cuore continuano per la loro strada segnata dalle abitudini e dalle priorità del momento. Nel modo con cui si è entrati nella liturgia, così si esce con il rischio che nulla sia successo e possa accadere. Se il presente liturgico non è esistito, il futuro della vita non sarà altro che la continuazione di un passato senza volto. La liturgia diviene sterile, la celebrazione è solo fonte di tedio.

  1. I linguaggi del silenzio e del canto nel cuore della liturgia

I tre piani relazionali, brevemente ricordati, s’intersecano in un punto nodale dell’esperienza, nella liturgia che apertamente si rivela essere culmen et fons della vita cristiana. Alla domanda, quale linguaggio sia adeguato ad esprimere l’esperienza forte ed unica della liturgia, in forza dell’esperienza ebraica e cristiana di circa quattro millenni, si può dare una risposta: il silenzio attonito dell’adorazione ed il canto incontenibile del cuore orante.

Il silenzio è il linguaggio per eccellenza che permette di comunicare le esperienze tanto profonde, uniche ed irripetibili, da essere letteralmente indicibili. È il silenzio delle relazioni interpersonali più intense dove le parole non riescono neppure ad affiorare tanto sono limitate sino a divenire estranee. Un solo esempio: l’assistenza di un moribondo, quando la vita non ammette più “scherzi”, quando si raggiunge l’essenziale. Un silenzio amplificato dallo sguardo, da una carezza, dallo stringere forte una mano nell’ultimo tentativo di trattenere la persona amata. Chi vive tali momenti, s’accorge che il silenzio è dedizione e rispetto, è presenza eloquente pronta ad intervenire con un gesto ed altrettanto pronta ad attendere nell’immobilità del corpo che permette al cuore di correre e di visitare, per l’ultima volta, la vita tutta dell’amato.

L’esperienza del silenzio nelle relazioni interpersonali è la migliore scuola per imparare a reggere l’urto del silenzio di D-i-o: quando si pretenderebbe una sua parola, un suo gesto, e Lui sembra lontano, indifferente, assente. È pure scuola dove s’impara a vivere alla presenza di D-i-o lasciando che Lui legga il cuore senza frapporre il velo di tanti pensieri inutili, di tante parole vuote.

Il silenzio è vero nella misura in cui annuncia il canto: la voce dell’amato del Cantico dei cantici, le acclamazioni dell’Apocalisse, il grido dei martiri, la melodia bisbigliata dalla mamma sul bimbo che si addormenta nell’abbandono fiducioso e sereno.

Se la partecipazione alla liturgia vuole inglobare il canto, è necessario affermare la priorità dell’essere sul fare. Occorre, cioè, ripensare i progetti pastorali in modo che i singoli e l’assemblea tutta siano aiutati a vivere la responsabilità della vocazione battesimale quali creature di fronte al creatore, quale fratello/sorella nella comunità dei figli di D-i-o, nella capacità di operare a tempo debito i necessari distacchi e compiere la conversione esigita dall’incontro con D-i-o. Chi vive queste esperienze, al di là delle proprie attitudini e capacità artistiche, sentirà sgorgare dal profondo del cuore il canto della vita. Il dare voce a tale canto attraverso la musica dipende da tanti fattori; l’importante è che alle labbra affiori il canto del cuore, non una qualche melodia estranea.

  1. Chi canta? Che cosa si canta nella liturgia?

Nell’orizzonte delle dimensioni ricordate si potranno risolvere in modo equo alcuni problemi che provocano spesso tensioni e lacerazioni sul tema “Chi canta nella liturgia?” oppure “Che cosa si canta in una celebrazione?”.

Tutti cantano, è ovvio, nella misura in cui hanno un minimo di capacità vocale e di formazione corale.Ma è altrettanto vero che tutti, prima di cantare, ascoltano. L’atteggiamento del cantore non è l’imporre il proprio repertorio e il gusto individuale, ma saper accogliere l’esperienza dell’altro, lasciarsi arricchire. Ciò giustifica il fatto che, in alcuni momenti all’interno di una celebrazione ed in alcune occasioni particolari, tutta l’assemblea si metta in religioso ascolto di un complesso brano polifonico o di una semplice melodia gregoriana che soli possono offrirle, a livello d’esperienza estetica e spirituale, quanto essa stessa non potrebbe realizzare. L’iconoclasmo – con cui s’impedisce talora ogni presenza corale polifonica o gregoriana in nome della partecipazione attiva del popolo – è una tragica e ridicola menzogna. Certe fibre profonde dell’essere possono iniziare a vibrare solo se sollecitate da alcuni brani musicali la cui esecuzione trascende le possibilità dell’assemblea. Il patrimonio tradizionale è ricco di tali musiche che per secoli hanno veicolato un’esperienza di fede e che anche oggi potrebbero incidere nella vita di una comunità. L’impedire in modo assoluto che ciò si realizzi, è un’azione che alla fine sottrae alla Chiesa in preghiera un bene su cui essa vanta diritti.

Nella scelta dei canti un criterio fondamentale, talora trascurato, non è soltanto la verifica della qualità musicale in una prospettiva tecnica compositiva, ma la congruenza del testo con la funzione del canto in questo giorno liturgico, in una determinata azione, in un preciso momento. Il diffuso analfabetismo musicale delle assemblee liturgiche italiane – colpa, questa, da attribuirsi prevalentemente all’assurdo sistema scolastico – costituisce un grave ostacolo alla scelta di un repertorio liturgico. È estremamente difficile imparare nuovi brani e, di fatto, ci si trova costretti a cantare alcuni pezzi in momenti del tutto diversi con funzioni contrastanti. In Italia è nota la sciagura liturgica evidenziata da Simbolo 77, contro ogni intenzione dell’autore, Pierangelo Sequeri: per anni si è ascoltato questo canto in ogni circostanza da Natale a Pentecoste, dall’inizio della Messa alla conclusione dei vespri, in un matrimonio a in un funerale.

La costituzione di un repertorio liturgico – che presenta necessariamente un blocco più o meno fisso, ma anche una parte consistente in continua elaborazione – non è d’altra parte l’opera di un giorno e neppure di un anno. Lo stesso repertorio gregoriano è il frutto maturo di una storia travagliata durata secoli. Dopo la sua redazione primitiva ha continuato ad essere integrato secondo le esigenze culturali di ogni epoca, conoscendo momenti di esuberante fioritura e altri di triste decadenza. Il fatto che oggi il patrimonio proposto alle assemblee non sia ottimale, fa parte di una storia da sempre all’insegna della precarietà. Importante è che i tentativi di aprire nuove strade siano compiuti con dignità e competenza.

Le soluzioni più facili ed immediate spesso sono ingiuste nei confronti dell’assemblea orante. Ogni unilateralismo va bandito in nome di quella ospitalità interiore che, se vissuta nella preghiera silenziosa, dà la misura della recettività cristiana. Troppo spesso la storia ha visto crollare miti e ha scoperto, dietro alcune facciate rispettabili, un cumulo di rovine: violenze perpetrate dall’ignoranza e nell’arroganza, occasioni perdute per aiutare la dilatazione del regno di D-i-o soffocato da impegni apparentemente più gratificanti. Non si possono dimenticare, in campo musicale ed ecclesiale, episodi significativi quali il lentissimo ricupero dell’organo – giudicato giustamente dalle prime generazioni cristiane “pompa diabuli” – e la vergognosa piaga dei cantori evirati che per secoli hanno sottolineato la degenerazione della liturgia a meschino intrattenimento popolare.[1] Quanto ieri sembrava inconcepibile, oggi è ovvio; quanto ieri era ovvio, oggi fa semplicemente inorridire. Ciò che viviamo oggi, come sarà giudicato un domani?

  1. Come si canta nella liturgia?

Un ultimo problema merita di essere accennato. Apparentemente è musicale, di fatto ha un notevole spessore spirituale. Si tratta della vocalità e dello stile con cui si eseguono i canti durante le celebrazioni liturgiche.

Se si vuole ricercare una caratteristica fondamentale nella vocalità della musica sacra, è bene affermare subito che si tratta della trasparenza. Tale termine indica la possibilità della musica di scomparire per lasciare trasparire la realtà trascendente. L’evento musicale all’interno dell’azione liturgica è tutto a servizio dell’epifania del Nome. Il fine della musica non è l’intrattenimento sociale e la gratificazione emotiva, bensì un’esperienza di fede vissuta. In altre parole: la vocalità adeguata alle celebrazioni rituali è quella che permette di pregare in adorazione, nella completa mancanza di percezione della musica e nella dimenticanza di essa.

La vocalità nella musica sacra è un fenomeno quanto mai diversificato ed ha una sua connotazione essenziale che non è fonica, bensì spirituale. D-i-o parla al suo popolo che cerca in qualche modo di reagire con una risposta il meno inadeguata possibile. Da sempre il canto dell’assemblea è sostenuto ed intercalato dalle melodie di cantori solisti. La tonalità, il timbro, i chiaroscuri della voce non sono un fatto di talento innato e/o di formazione professionale sul piano tecnico. Sono la Parola e il particolare momento dell’anno liturgico e l’assemblea in ascolto orante che determinano la vocalità della voce spiegata e tonante, squillante e sommessa.

Il cantore – sia come solista, sia come membro vivo dell’assemblea che canta – riesce a dare una calda fluidità alla propria voce dopo resistenze e lotte interiori. Non per attenzione pedante alle sillabe e alle parole – tale attenzione finirebbe soltanto con lo strozzare ed annullare la Parola –, ma nella sofferenza e per la coscienza della propria povertà la voce balbetta, si frantuma nel pianto e svanisce nel silenzio per poi riprendere vigore e slanciarsi nel grido gioioso dell’alleluia e del Credo. L’impeto della voce tonante e la dolcezza di un suono che diviene sostegno e guida nel cammino di fede riflettono l’impatto con la Parola.

Decisivo al riguardo è il rispetto del genere letterario proprio di ogni pagina delle Scritture: esse dicono non solo quale testo cantare, ma in quale modo farlo (banalmente: forte – piano, veloce – lento). La lettura della partitura segue necessariamente la lectio divina nell’umiltà di una ricerca che sappiamo essere senza fine. Solo a queste condizioni la voce sgorga dal cuore con la giusta vibrazione, con il ritmo adeguato, con il suono che è proprio di questa o di quella Parola. L’ascolto della musica sacra introduce allora nel silenzio della preghiera, gli archi melodici innalzano la volta del tempio interiore. La voce del cantore si dissolve; esile, come la brezza di Elia, si inizia ad avvertire la Parola.

In un secondo tempo ci si può interrogare su quanto è avvenuto e si comprende: tutto aveva un senso recondito che nel momento dell’ascolto è destinato a sfuggire, altrimenti le parole e le voci soffocherebbero sul nascere la Parola. La vocalità della musica sacra è mistica: genuinamente umana, comunica ciò che le parole non sono in grado di esprimere.

  1. Conclusioni

La storia della musica sacra nei 2000 anni di vita ecclesiale è un monito ad operare secondo il dettato evangelico – in primo luogo il Padre nostro e le Beatitudini – e l’insegnamento sapienziale della tradizione. Per il canto nella liturgia esiste da sempre un chiaro criterio di valutazione: la santificazione delle creature tutte e la gloria di D-i-o – non il trionfo dei ministri scaduti a presuntuosi esecutori.

 

[1] Cfr. Giacomo Baroffio, La Chiesa cattolica e i cantori evirati, in Sandro Cappelletto, La voce perduta. Vita di Farinelli evirato cantore, Torino, EDT, 163-168 e 185-187 (Biblioteca di cultura musicale. Improvvisi 9).

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