Coristi dell'Angelo, Spazio Brahms

Il genio di Bach a Spazio Brahms 2016 (Alghero 18-20 febbraio)

Il genio di Bach a Spazio Brahms 2016
(Alghero 18-20 febbraio)

dalla scrittura in corde doppie per violino solo (alla maniera di Biber)
alle sontuose armonie organistiche di César Franck (venerate da Schweitzer)

Nell’ambito della sesta edizione di Spazio Brahms di Alghero, la prima accademia musicale (19 febbraio) si è aperta e conclusa con due brani organistici in la minore interpretati sull’organo Mascioni (1935) della cattedrale S. Maria da Emanuele Carlo Vianelli, organista titolare del Duomo di Milano: Preludio e fuga in la minore di Johannes Brahms e il Terzo Corale di César Franck.

Fermiamo la nostra attenzione su queste due mirabili composizioni scritte nella tonalità cui Johann Sebastian Bach attribuiva un carattere energico, virile e saldo – basti pensare al Preludio e fuga in la minore per organo (BWV 543), la Sonata per violino solo (BWV 1003), il Concerto in la minore per flauto, violino, clavicembalo e archi (BWV 1044) e altri – per farci un’idea della singolarità di questo momento musicale, vissuto con notevole attenzione dai diversi musicisti presenti alla esecuzione algherese e grande ammirazione dagli appassionati della grande musica.

Il Preludio e fuga di Brahms è una composizione giovanile (1856) piuttosto esuberante e virtuosistica e reca una dedica a Clara Schumann, datata 7 maggio, compleanno di Brahms, e un’affettuosa postilla: «Così, liebe Clara, lei potrà passare il tempo nel giorno del mio compleanno. Intanto mi scriva. Se lo trova rigido, non dubiti a criticarlo, ne ho di riserva un altro migliore. Se le piace, tanto meglio […] apprezzi le buone intenzioni […] cordialmente suo Johannes».

Dunque un brano organistico dedicato a una grandissima musicista, la più grande pianista del suo tempo, composto nel segno di Johann Sebastian Bach e degli appassionati studi di contrappunto fatti in gara con uno dei suoi più stimati amici, il violinista Joachim. Un brano che rivela un forte entusiasmo volto a rinsaldare il legame con il più grande musicista, caposaldo del barocco tedesco, di cui Brahms seppe assumere integralmente e consapevolmente, in pieno romanticismo, l’impegnativa eredità, profondendola a piene mani in tutta la sua produzione sia vocale sia strumentale.

L’esuberanza musicale e l’entusiasmo organistico sono state le costanti interpretative del maestro Vianelli, e dunque segni interni della partitura brahmsiana affrontata con misurata scioltezza e densità di concentrazione.

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A proposito del Terzo Corale di César Franck è bene premettere quanto Vincent d’Indy, allievo di Franck presso il Conservatorio di Parigi e fondatore insieme a Charles Bordes e Alexandre Guilmant della celebre Schola Cantorum, importante centro di educazione, didattica e cultura musicale, ha raccontato ai suoi allievi: «Vous verrez, le vrai choral, ce n’est pas le choral; il se fait au courant du morceau».

Queste parole indicano il fatto che la melodia del corale non si dà immediatamente, all’inizio del brano, ma si svela nel cuore del pezzo come conseguenza di un lungo processo di elaborazione di variazione, e questa caratteristica è comune a tutti e tre corali composti dall’organista di Santa Clotilde di Parigi. I tre Corali di César Franck sono perfetti esempi di un’imponente impalcatura sonora che si risolve nella costante ripresa della variazione beethoveniana.

Il Terzo Corale si presenta come una sonata di un solo movimento, ma suddiviso in allegro, andante e finale. Nella prima sezione sono due i temi che si contrappongono, ma nel finale trovano tra di loro una stretta correlazione. L’adagio centrale serve da ponte e da distensione. La figura di Bach non è lontana da questo procedere, specialmente per quanto riguarda l’uso polifonico. Franck alterna con gusto i cambiamenti enarmonici (enarmonico = trasformazione di un suono in un altro teoricamente diverso, es. mi bemolle, ma che praticamente produce un suono nell’identica altezza, re diesis) e cromatici, passando con disinvoltura dalla tonalità maggiore a quella minore. Ciò per ravvivare il brano attraverso sviluppi veloci e incisivi di nuovi spunti tematici che completano i temi preesistenti.

Nella parte centrale Franck inizia una lunga e articolata ricerca tonale ricorrendo a una successione di quartine e basandosi su accordi di sesta e settima diminuita sostenuti da un lungo pedale alla nota mi. Suoni drammatici si alternano ad altri delicati. L’aspetto enarmonico continua a giocare un ruolo fondamentale sull’intera composizione. Il complesso linguaggio contrappuntistico si sviluppa a spirale lungo tutto il brano per riapprodare, alla fine, alla tonalità d’impianto, la minore, attraverso un cromatismo “trionfante” che lo riporta al tema dell’esposizione iniziale.

Questo importante brano della letteratura organistica, tanto amato da Albert Schweitzer – dopo che lo suonava a Gunsbach si raccoglieva per molti minuti in un silenzio profondo – (vedi articolo su “Archivio  musicale dell’Angelo” https://archiviomusicaledellangelo.wordpress.com/2015/09/04/albert-Schweitzer/)*, sintetizza bene tutto il mondo di César Franck continuamente in preda a dubbi e incertezze: «In Franck vi sono delle spinte romantiche che, fondendosi con le grandi linee classiche, lasciano intravedere un furioso e confuso ribollimento di fondo» (Alfred Colling Franck, 1952).

L’interpretazione dell’organista titolare del Duomo di Milano, Emanuele Carlo Vianelli, ha messo in luce tutto lo spessore emotivo di cui Franck ha rivestito questo suo corale, evidenziando al tempo stesso quanto egli sia stato anche un vero artigiano della musica riandando, al modo di Bach, con genuina fantasia verso concezioni semplici e spontanee assai lontane dalle costruzioni spesso cerebrali dei colleghi del suo tempo.

E il “modo di Bach” è piuttosto esplicito nella prima delle tre sezioni in cui è suddivisibile il Corale in questione. Per esempio, il tema d’esordio, è costituito da accordi spezzati in stile toccatistico che ricordano molto da vicino l’inizio del Preludio e fuga per organo BWV 543 di Bach cui si ispira anche il Preludio e fuga in la minore di Brahms eseguito come primo brano dell’Accademiaa algherese. Non una coincidenza, a Spazio Brahms, rendere presente come maestro assoluto la figura di Johann Sebastian Bach (cfr. in proposito le note e considerazioni già pubblicate sull’Archivio musicale dell’Angelo a proposito dell’interpretazione della Ciaccona per violino solo di Agnieszka Marucha (https://archiviomusicaledellangelo.wordpress.com/2016/02/25/spazio-brahms-vi-edizione-cattedrale-di-s-maria-di-alghero-sabato-20-febbraio-2016/).

Una importante interpretazione, quella del maestro Vianelli, che ha suscitato ammirazione da parte del pubblico ma soprattutto dei diversi docenti del Conservatorio di Sassari e dei concertisti presenti a Spazio Brahms 2016, poiché anch’essi impegnati in esecuzioni solistiche o strumentali d’insieme. Un bel momento di coesione musicale realizzata in una dimensione artistica vera e sinceramente vissuta nel nome di Brahms. Il programma della Prima accademia di Spazio Brahms 2016 era completato da cinque dei Preludi corali per organo op. 122 di Johannes Brahms, dal Preludio e fuga in sol maggiore op. 37 n. 2 di Felix Mendelssohn Bartholdy e dal postludio della Passione op. 93 di Heinrich von Herzogenberg.

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Emanuele Carlo Vianelli, organista titolare del Duomo di Milano, live dalla Prima Accademia di Spazio Brahms 2016, Alghero 19 febbraio 2016

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Dalla prefazione del libro Alberto Schweitzer di Jacques Feschotte (Curci, Milano 1952)
(Günsbach 1948)
«L’ultimo accordo del Terzo Corale di Cesar Franck si prolunga sordamente nella chiesa. Il Dottore chiude l’organo, spegne la lampada. Scendiamo quasi a tentoni la scala di legno che cigola. La porta si apre sulla vallata di Münster, chiusa nella scena dei Vosgi che già si riveste di ombre. Alcune luci pacifiche brillano nelle finestre dei villaggi. La strada risuona sotto i nostri piedi: le vetture diradano al cader della notte. A volte incontriamo un operaio o un campagnolo in ritardo che scambia col Dottore il “buona sera” tradizionale. Abbiamo sorpassato la casa, e presto giunge l’incrocio dove la vista si prolunga verso il fondo della vallata, in direzione della Schlucht: Münster si stende, tranquilla. La piccola linea ferroviaria che l’unisce a Colmar è ricaduta nel silenzio. Solo il mormorio dell’acqua corrente della Flecht invisibile cresce nell’aria odorosa.»
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