Note d'Archivio, Pietro Allori, Spazio Brahms

Espressioni d’arte a Spazio Brahms 2016 di Alghero

La musica d’apertura di Spazio Brahms 2016, la Sonata per flauto e pianoforte Undine di Carl Reinecke, è davvero un’opera appropriata al fascino naturale e umano che Alghero esercita d’inverno. Se poi l’esecuzione di quest’opera “marina” ha luogo presso l’accogliente Sala Rosa dell’Hotel Villa Las Tronas, situato sulle rocce su cui si infrangono le onde in una splendida insenatura nel cuore della città, si può ben dire che questa musica provenga direttamente dal mare. Ma veniamo all’opera eseguita.

Nel 1882 la lettura della fiaba Undine, scritta nel 1811 da Friedrich de la Motte Fouqué, ispirò a Carl Reinecke la composizione di una sonata per flauto e pianoforte.
La novella ebbe grande successo lungo tutto l’Ottocento: tradotta in varie lingue (persino in russo), è citata anche nel romanzo Piccole donne di Louisa May Alcott. Il tema incontrava la propensione naturale del mondo romantico tedesco per il soprannaturale e il mitologico, verso un mondo popolato da ninfe e semidei.
Come la ninfa del fiume Reno Lorelei, protagonista della celeberrima ballata di Heinrich Heine musicata da Friedrich Silcher nel 1837, Undine esercitò su Reinecke il fascino romantico del personaggio, ma la sua ispirazione non su tradusse in un brano a “programma”, quanto piuttosto in musica che dà corpo alle sensazioni.
La protagonista della fiaba, la ninfa Undine, nel ricercare l’amore terreno – il solo che può dargli l’anima per vivere il mondo degli uomini – resta preda di una desolante solitudine segreta, accarezzata dal suo stesso silenzio sigillato dal mare. Undine è la figlia del re del mare. Nella tradizione le ninfe marine sono creature prive di anima e per ottenerne una devono sposare un uomo mortale. Undine decide quindi di andare a vivere sulla terra ferma e qui incontra il cavaliere Hulbrant.
Da qui le sensazioni musicali che Reinecke esprime con la voce del flauto, lungo l’intera sonata: la fame d’amore, un grido interiore, l’assordante silenzio.

Arthur Rackham (1867 – 1939), Undine

Il movimento Allegro di apertura ci riporta al mondo acquatico dal quale proviene Undine, con il suo andamento ternario in 6/8 del primo tema e la “liquidità” delle sestine di sedicesimi dell’accompagnamento. La scelta della tonalità di mi minore preannuncia una vicenda tragica. Il movimento seguente, Intermezzo, si presenta con una parte virtuosistica al flauto tutta giocata sulla velocità del puntato, cui si contrappone un primo trio affidato al pianoforte in sol maggiore – caratterizzato dal ritmo di croma puntata – e poi un secondo in si maggiore (Più lento, quasi Andante). Il terzo movimento è una forma tripartita, con una parte centrale veloce e caratterizzata da una scrittura in terzine. Nel movimento conclusivo infine alcuni tratti esulano dall’uso tradizionale della tonalità.

La flautista Annamaria Carroni è riuscita con il suo suono sempre limpido e intenso a restituirci le sensazioni d’incertezza e mutevolezza del compositore tedesco, in un ineluttabile clima di tragedia. L’irriverenza selvaggia, la grazia e a tratti l’innocenza, la sensualità, l’ambiguità, la purezza, tutti i dettagli psicologici del personaggio Undine sono stati evocati dai suoni ora dolci ora quasi esasperati del flauto, all’interno di uno stile sonatistico sempre ben sorvegliato dall’accompagnamento del pianoforte di Gianluca Paschino.

 

Nella serata finale la musica strumentale da camera ha caratterizzato il programma della seconda accademia di Spazio Brahms 2016 nella gradevole atmosfera della cattedrale di S. Maria con l’esecuzione del Quartetto per archi in sol maggiore K 387 di Wolfgang Amadeus Mozart e del Quartettsatz in do minore D703 di Franz Schubert, interpretati da Agniezska Marucha (primo violino), Francesca Fadda e Alessio Manca (secondo violino), Gioele Lumbau (viola), Francesco Abis (violoncello). I due brani quartettistici hanno costituito uno dei momenti musicalmente più alti e raffinati della serata musicale sia per la straordinaria singolarità delle partiture sia per la concentrata tensione con la quale gli interpreti le hanno eseguite. Il Quartetto in sol maggiore di Mozart è il primo dei sei quartetti d’archi che Mozart compose tra il 1782 e il 1785. Nel dedicarli a Haydn dichiara palesemente di seguire l’elaborazione tematica applicata dal “padre” viennese del quartetto con i quattro strumenti trattati in modo indipendente per rendere possibile lo scambio dei temi tra le varie voci. Mozart va oltre il modello e arricchisce la scrittura con una intensità contrappuntistica che si ispira piuttosto alla lezione di Bach e Haendel.

E il genio di Bach si è avvertito distintamente durante l’esecuzione mozartiana di Alghero, anche perché a guidare la fine compagine quartettistica di Spazio Brahms 2016, formata da concertisti diplomati presso il Conservatorio di Sassari, è Agnieszka Marucha, docente di violino al Conservatorio di Varsavia, che immediatamente dopo l’esecuzione della K. 387 ha interpretato splendidamente la Ciaccona per violino solo di Bach. Una profonda coerenza musicale avvertita dal pubblico e dai numerosi musicisti presenti alla seconda accademia algherese.

Le soluzioni armoniche e polifoniche dell’Allegro vivace, la densità espressiva del Minuetto (secondo movimento), il successivo Andante cantabile con il suo tessuto armonico sottoposto a continue modulazioni e dissonanze e il Finale ricco di passaggi contrappuntistici, ben presenti agli esecutori, hanno permesso agli ascoltatori di vivere un coerente momento musicale e gustare la bellezza di quest’opera mozartiana che uno dei più illustri studiosi del compositore di Salisburgo, Bernhard Paumgartner, ha definito opera altamente nobile: “Nobiltà d’invenzione e purezza di sonorità sono le impronte peculiari di questa opera”.

W.A. Mozart, Minuetto (secondo movimento) dal Quartetto per archi K. 387 (esecuzione del 20 febbraio 2016 nella Cattedrale di Alghero)

 

Presso i cultori di musica classica il nome di Franz Schubert è facilmente associato alla parola “incompiuto”. In effetti, scorrendo il catalogo delle opere schubertiane troviamo un’infinità di composizioni lasciate allo stadio di frammento, e alcune, spesso, autentici capolavori. Uno di questi è proprio il Quartettsatz in do minore D. 703 per archi, che s’inquadra perfettamente nella storia creativa di Schubert per la sua frammentarietà e incompletezza.

Scritta nel dicembre del 1820, l’opera consta soltanto del tempo Allegro e delle prime quattro misure dell’Adagio. La scrittura è particolarmente densa e drammatica, con l’uso ossessivo del tremolo che torna più volte nel brano, quasi a indicare un’atmosfera psicologica pessimista e ansiogena. Non manca la contrapposizione a un tema più disteso e cantabile (con l’indicazione dolce in partitura), ma il carattere melanconico della tonalità di do minore resta dominante.

Tuttavia, come spesso la musica di Schubert, il brano evoca il cielo, un cielo concepito come luogo di ingenuità, di tenerezza, dove coloro che si sono amati in terra si ritrovano nell’amore eterno.

Certo, dopo l’incommensurabile grandezza della Ciaccona per violino solo di Bach, il Quartettsatz di Schubert è parso pervaso da un linguaggio musicale più agile, più affettuoso, capace di toccare più facilmente le corde della tenerezza. Una musica più vicina alla nostra sensibilità quotidiana. È questo lo spirito che ci è sembrato di poter cogliere nella fedele interpretazione da parte del Quartetto “Spazio Brahms”.

Uno spirito di devozione spontanea per l’ideale di una convivenza umana fondata sulla libera amicizia: con la sua musica Schubert è riuscito a dar voce a questa aspirazione, avvicinando realtà tra loro lontane e dando corpo sonoro all’immagine di una esistenza terrena che l’amicizia e la fede profonda affrancano dalla fatica stessa di vivere: un’immagine che richiama malinconicamente proprio la vicenda umana del compositore.

Raffinate colorature

Il Quartetto “Spazio Brahms”, cui si è aggiunto il contrabbassista Francesco Sergi, ha poi eseguito, sempre nell’ambito della seconda accademia, alcuni adattamenti strumentali di brani polifonici vocali e strumentali di don Pietro Allori, elaborati dal compositore Stefano Garau: i responsori a quattro voci Christus factus est AP 490 e O vos omnes AP 405 e lo Studio in sol minore AP 1108. Nella presentazione alla rassegna avevamo scritto: «Tramite raffinate “colorature”, Stefano Garau riesce a conferire maggiore tensione e lucentezza alle singole melodie e all’amalgama polifonico creato dal sacerdote iglesiente, allo scopo di  esprimere un “affetto” umano e devoto al tempo stesso. Le armonie polifoniche, nella loro realtà sonora, diventano più “udibili” all’orecchio interiore, e più dilettevoli per l’anima. Affetto e diletto sono, nella musica sacra, tanto maggiori quanto più le colorature o, se si vuole, questi sapienti esercizi praticati su composizioni già note o popolari, sono in grado di suscitare nell’ascoltatore il senso di una spiritualità personale più devota soprattutto se vissuta comunitariamente nei riti liturgici, così come già accadeva nel Barocco. Una variazione non del tema o soggetto musicale ma del suono reale “udibile”.»

Queste elaborazioni hanno evidenziato un carattere lirico e una maggiore intensità “affettiva”, proprio grazie all’uso del timbro degli archi, affidando le linee armoniche create da don Allori in modo non scontato alla viola o al violoncello e rafforzando l’armonia con i suoni caldi e profondi del contrabbasso. Il risultato, come dimostra l’esempio dello Studio in sol minore AP1108, è stato una piacevole tessitura timbrica che ha conferito un senso di familiarità, quasi di intimità emotiva, e insieme di universalità, ai brani del sacerdote musicista di Gonnesa.

P. Allori, Studio in sol minore AP 1108 (registrazione dal vivo – 20 febbraio 2016, cattedrale di Alghero)

Una anticipazione per Spazio Brahms 2017

Diverse sono le mirabili trascrizioni per pianoforte di Johannes Brahms di brani di grandi compositori: da Christoph Willibald Gluck a Carl Maria von Weber, da Fryderyk Chopin a Johann Sebastian Bach. La sua Chacone da eseguirsi con la sola mano sinistra è certamente la più eloquente delle sue trascrizioni. In proposito avevamo già sottolineato (Archivio musicale dell’Angelo 25 gennaio 2016) che questa trascrizione è “un autentico omaggio al genio musicale di Bach da parte di Johannes Brahms, che questo brano ha tanto ammirato e amato in vita sino a farne una trascrizione pianistica per la sola mano sinistra”.

Qui proponiamo l’ascolto della trascrizione di Brahms (1869) dello Studio op. 25 n. 2 di Fryderyk Chopin.

Gli Studi di Chopin sono pagine chiave nella storia dell’evoluzione del linguaggio pianistico: la difficoltà tecnica, lo sforzo e la fatica necessari al suo superamento diventano manifestazione esteriore di una tensione e una sofferenza interiori. Al di là del virtuosismo richiesto, gli Studi dell’op. 25 di Chopin, si rivelano, grazie a diteggiature ardite e spesso originali, saggi di ricerca sul timbro, sul tocco e come apparirà evidente dopo l’ascolto dello Studio n. 2 trascritto da Brahms, sull’indipendenza ritmica.

J. Brahms, Etude nach Chopin (Georg Friedrich Schenck, pianoforte – registrazione Koch/Schwann 1993)

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