Attività

Quel Venerdì Santo del 1950 nel Pontificio seminario regionale della Sardegna

Don Allori: lo Stabat Mater di Cuglieri

Marie

Antonio Mura, Le Marie, xilografia (1950, esposto alla Mostra Internazionale di Arte Sacra di Roma dello stesso anno)

La celebre sequenza che nel messale, sino alla riforma liturgica conciliare, figurava per la festa della Beata Vergine Addolorata (15 settembre), oggi è un mirabile gioiello di poesia religiosa cantato soprattutto durante la pia pratica devozionale della Via Crucis.
Un cantico in cui si fonde la visione e la meditazione della Vergine Madre di fronte alla croce del Figlio agonizzante.
Il poeta si è posto ai piedi della croce, e lì contempla la Vergine Maria impietrita dal dolore nel dover assistere alla crocifissione del suo figlio unigenito.
Versare con Gesù il sangue, con Maria le lacrime, questo è il sentimento naturale che matura, per ogni credente, da questa lirica profondamente sentita ed efficacemente espressa.
Don Allori si è accostato per ben quattordici volte a questo testo musicando polifonicamente i versi con ispirate melodie e consumata sapienza armonica.
Il 7 aprile del 1950, venerdì santo, – trovandosi ancora presso il Pontificio seminario regionale di Cuglieri come diacono – compose per tre voci virili il suo quarto Stabat Mater, il cui particolare pregio è riposto non solo nella forte struttura architettonica del brano, ma soprattutto nella chiarissima intenzione di “rappresentare” sonoramente il testo con le belle voci maschili tipiche della Sardegna, dallo schietto colore mediterraneo e un po’ liriche, come quelle che costituivano, allora, il Coro del Seminario regionale della Sardegna. Voci virili magnifiche, di grande ampiezza nei registri del tenore, baritono e basso, capaci di ricreare un’armonia che “diviene” progressivamente, grazie al controllo attento dell’emissione da parte di ciascuna voce impegnata insieme nel canto. Una caratteristica mutuata dal coro-quartetto polivocale sardo noto anche come su cuncordu.*
La polifonia di don Allori, in questo Stabat Mater, riesce ad esprimere un canto e un modo di condurlo che si coniuga con un’esigenza di perfezione, se il canto intende esprimere la sua funzione spirituale.
Le potenti e piene voci del basso si preoccupano costantemente della coesione dell’insieme e quelle del baritono e del tenore colorano le loro melodie, in imitatione, ricercando il timbro più intimo della loro voce.

stabat mater 3vvCome è imprescindibile che il quartetto polivocale sardo, attraverso una perfetta intonazione e un’appropriata conduzione, ottenga una forte coesione dal carattere “obiettivo” manifestando così acusticamente la sua inconfondibile singolarità, allo stesso modo questo Stabat Mater per voci virili di don Allori trova il suo significato artistico-musicale e spirituale più profondo nell’incastro perfetto di ogni voce: in quel prodigio acustico che solo cantori che vogliono testimoniare la loro intesa si sforzano incessantemente di ottenere.
Ascoltando questa versione dello Stabat Mater (AP 73), eseguito il 27 ottobre 1995 nella cattedrale di Iglesias dal celebre ensemble Pro Cantione Antiqua di Londra, ci si può rendere conto di come questa composizione alloriana riesca a esprimere la più profonda drammaturgia presente nel testo poetico dello Stabat Mater attraverso una percezione di suoni che appartengono più alla scala musicale sarda che al temperamento musicale classico del XVIII secolo. Il temperamento utilizzato dalle possenti voci maschili del su cuncordu (coro) sardo prevede l’utilizzo, in alcune note, del quarto di tono naturale interiorizzato dai cantori per tradizione orale sulla quale vigila e sorveglia l’orecchio musicale della comunità di appartenenza, abituata a riconoscere nei quattro cantori la fedeltà alla tradizione. I suoni delle note cantate vengono emessi attingendo all’ampio spettro sonoro delle antiche armonie polivocali sarde che hanno spessori e echi di risonanze ben diversi rispetto a quelli dell’armonia classica. Il modo di associare i suoni che si sovrappongono tra loro è pensato non nei termini sintattici dell’armonia, ma cercando di trovare le altezze dei suoni concordanti tra le voci in canto e in una acustica data, le cui componenti armoniche vibrano con particolare tensione ottenuta grazie alla pienezza di suono delle belle voci che cantando devono avvertire la perfetta intonazione con “sensazione giusta”.
I maestri cantori del celebre ensemble Pro cantione antiqua, con le loro voci scolpite anch’esse dalla tradizione, quella sera a Iglesias, grazie alla loro perfetta intonazione, sono riusciti a rendere la dimensione vera dell’arte compositiva per sole voci maschili pensata da don Allori e legata intimamente alla vera e incorrotta tradizione polivocale della Sardegna.

 

Pietro Allori Stabat Mater AP 73 a 3 voci virili
(Pro Cantione Antiqua, registrazione live del 27 ottobre 1995, cattedrale di Iglesias, nell’ambito delle manifestazioni per il decimo anniversario della morte di don Pietro Allori)

* Su cuncordu è un coro di musica antica, polivocale, di sole voci maschili, che riproduce un tipico canto che sembra provenire dalla notte dei tempi. Si dedica anche alla musica colta di tradizione religiosa medievale. Formato da quattro voci maschili, ancora oggi in Sardegna rappresenta la fusione della tradizione del canto detto a tenores in Barbagia e di quello della Settimana Santa delle confraternite, condotta con fedeltà e con sacralità.
Questi cori intendono riprodurre per lo più i canti che solo la comunità e i muri delle case del paese sentono in silenzio da secoli, in particolare durante la Settimana Santa.
Cantano lo Stabat Mater e il Miserere disponendosi a semicerchio, soprattutto durante le processioni di quei giorni intensi, di dolore e di festa: su bassu al centro, alla sua sinistra su contraltu, alla destra su tenore che conduce la melodia, e poco più in là su tenore falzu, che si aggiunge a intermittenza, alla ricerca della quinta voce, che è il prodotto armonico delle quattro, un incanto vocale, quando l’intesa è al culmine. A Cuglieri, paese assai conosciuto per la presenza del Pontificio seminario regionale della Sardegna sino agli anni ’60 del secolo scorso, “si canta camminando lungo le salite ripide che portano alla basilica alta sul colle, con lunghe pause per rifiatare, ed è come se si concentrasse in questo gioco di pause e di melodie lo spirito della Sardegna, l’anima della comunità, il vuoto e il pieno dell’isola, fatto di bellezza e sofferenza, di dramma e di gioioso incantesimo” (Umberto Cocco, Te Deum laudamus, audiolibro, Frorias 2008).
Questi antichi canti che i sardi delle zone più interne interpretano con assoluto rigore, nel tempo subiscono qualche variazione colta, insinuando nella polivocalità elementi di armonia legate a linguaggi assai meno arcaici. Ma le comunità sono piuttosto vigili, con il proprio orecchio “comune” affinchè ciò non avvenga.

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