Archivum Musicae, Coro dell'Università Cattolica di Milano

MEMORIA DI TUTTI I DEFUNTI

MEMORIA DI TUTTI I DEFUNTI

I defunti ci accompagnano nel cammino del nostro destino

Riflessione di Giacomo Baroffio

(novembre 2017)

“dove i morti non sono vivi,
i vivi sono morti”
(Yankel Beilner)

“Almeno una volta all’anno ci si ricorda dei defunti, il 2 novembre. In vaste zone del mondo occidentale si visitano i cimiteri già il giorno precedente. È un incontro tra parenti e amici dove s’intrecciano ricordi e preghiere. […]

Molte persone, un tempo vicine, sono attualmente distanti da noi. Si trovano, come si dice, nell’aldilà; ma non sono assenti. I morti sono vivi e mi rendono vivo attraverso il loro ricordo. […]

Ma l’idea della morte genera sempre di più […] un diffuso senso di disagio – lo si nota dappertutto in strada e sui treni, in città e nelle frazioni rurali – che nasconde e mette a fuoco un’inquietudine interiore. Questa a sua volta, maschera e rivela l’isolamento in cui si trovano imprigionate tante persone.

La società senza padri e senza madri non riesce più a celare un’altra pesante caratteristica: un gelido isolamento senza amicizia. Viviamo pigiati, è vero, stretti gli uni con gli altri […] in mezzo a una folla anonima ci si sente sempre più soli, abbandonati. Viviamo in una società senza amici.

L’amico è un tesoro prezioso e raro, insostituibile. Lo si trova e lo si può scoprire in un contesto illuminato dalla schiettezza, gratificata dall’altruismo generoso difeso dalla delicatezza.

Nella ricerca di una profonda comunione, condivisione di ideali che dilatano gli orizzonti della vita quotidiana, occorre avere il coraggio di prendere l’iniziativa. Con i vivi e con i defunti. Questi ultimi sono l’anello che ci tiene ancorati alla Tradizione aiutandoci a scoprire il senso dell’esistenza. Sono i maestri che ci possono guidare attraverso il ricordo di alcuni gesti, una parola opportuna nel momento giusto, uno sguardo di attenzione che interrompe la deriva del vuoto.”

Il crisantemo giallo
Il crisantemo fiorisce alla fine di ottobre. La sua fioritura avviene nell’area mediterranea proprio in concomitanza con la giornata dedicata dalla Chiesa alla commemorazione dei defunti.
Il suo nome deriva dal greco e significa letteralmente fiore d’oro ed è simbolo di gloria e resurrezione

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Jesu Christ, mein’s Lebens Licht (O Gesù Cristo, luce della mia vita) BWV 118 – 118b
è un mottetto (o movimento di cantata) di Johann Sebastian Bach, composto sull’omonimo corale (impiegato come cantus firmus).
La prima documentazione di un’esecuzione di questo brano risale all’11 ottobre 1740, quando venne suonato al funerale del conte Friedrich von Flemming, anche se è probabile che Bach lo abbia composto all’incirca tre anni prima di questa data.
L’organico di questa prima versione prevedeva, oltre al coro misto, tre tromboni e organo, un cornetto e due litui. Sull’identità dei litui ci sono diverse teorie. La più accreditata afferma che si tratti in realtà di corni naturali, chiamati in questo modo da Bach, per via del loro antico nome latino. Infatti, nell’antica Roma, si usava accompagnare le cerimonie funebri con ottoni tipo cornus, tuba, e, appunto, lituus. Da qui, anche, la scelta dell’organico da parte dell’autore: cornetto, trombone, lituo. Le parti strumentali erano pensate per gli Stadtpfeifer (i suonatori del complesso di fiati municipale), ed è per questo motivo che sono di difficile esecuzione.
Il brano fu suonato prima all’aperto nel cimitero, senza l’organo e poi rieseguito al chiuso per la continuazione delle esequie (questa volta con l’aggiunta dell’organo).
Nella seconda versione (eseguita per la prima volta intorno al 1747), Bach decise di rimpiazzare i tre tromboni e il cornetto con gli archi, e indicò come facoltativo un eventuale raddoppio delle parti del coro da parte di tre oboi e un fagotto.
Il brano inizia con un passo strumentale, nel cui tessuto polifonico, a tratti, si inseriscono gli incisi della melodia del corale Herr Jesu Christ , mein’s Lebens Licht, uno Sterbenlied (Canto funebre) tratto da un Gesanbuch dell’epoca, di Martin Behemb (Böhme 1557-1622), autore del testo. Questi incisi si inseriscono in un contrappunto strumentale a sei voci.
Alla diciottesima battuta il coro fa il suo ingresso, partendo dai contralti. Ogni voce si inserisce ripetendo le prime note del cantus firmus. Dopo la conclusione delle quattro strofe (che iniziano sempre con le entrate separate delle varie voci), vi è la ripresentazione della sezione strumentale d’apertura. Dopo di che, si incontra un’indicazione di ritornello, che suggerirebbe la ripetizione del mottetto con testo tratto da altre stanze del corale.

Johann Sebastian Bach, O Jesu Christ, mein’s Leben Licht, mottetto per coro e organo
Alessio Corti, organo; Coro dell’Università Cattolica diretto da Angelo Rosso (20 marzo 2006 Chiesa Cristiana Protestante di Milano).

O Jesu Christ, mein’s Lebens Licht, mein Hort, mein Trost, mein’ Zuversicht, auf Erden bin ich nur ein Gast,
und drückt mich sehr der Sünden Last.
O Gesù Cristo, luce della mia vita, mia consolazione, mia sicurezza, mia difesa, sulla terra sono solo un ospite, oppresso dal peso del peccato.

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