Archivum Musicae

Pentecoste 9 giugno 2019 – rivangando appunti del passato di Giacomo Baroffio

VENI SANCTE SPIRITUS

Pentecoste 9 giugno 2019

rivangando appunti del passato

di Giacomo Baroffio

Nell’incontro con D-i-o, la creatura elabora l’esperienza spirituale con due linguaggi fondamentali. In primo luogo c’è il silenzio attonito dell’adorazione che si espande senza essere sorretto da alcun pensiero: ci si lascia immergere nell’estasi ed essa conduce l’orante al di là di ogni dimensione temporale. Il secondo linguaggio è quello verbale, più usuale. Esso elabora e sviluppa attraverso sistemi logici razionali quanto si è vissuto o si ritiene che sia possibile esplorare con la luce dell’intelligenza. Il silenzio quasi sempre si espande nella contemplazione e apparentemente non lascia nessuna traccia tangibile. La parola, invece, si articola in discorsi che riescono a costruire dei sistemi complessi, il cui esito finale possono essere libri e articoli di teologia e di spiritualità.

Tra questi due estremi c’è una terza via privilegiata nel medioevo cristiano: il balbettio mistico della preghiera che si fa poesia in musica o, se si vuole, musica in poesia. Migliaia di brani liturgici, all’interno e al margine delle celebrazioni ufficiali, testimoniano una vivacità eccezionale nel cogliere, pur in modo frammentario, l’esperienza orante e di saper riproporre quanto lo Spirito di volta in volta dettava alla Chiesa attraverso la mediazione profetica dei cantori-poeti. È l’immenso repertorio (decine di migliaia!) di inni, tropi, sequenze, ritmi e tanti altri generi poetico/musicali.

Sono sprazzi folgoranti, imprevisti e improvvisi. Lasciano intravvedere i punti fermi di un cammino che sfocia nella contemplazione. Nulla di sistematico, nessuna pretesa di esaurire l’«argomento». La poesia orante si libra sulle ali del canto che ha la forza di incantare perché svela i colori e le profondità recondite nascoste in una serie interminabile di espressioni. È quanto di più suggestivo la Chiesa ha saputo deporre nel cuore del credente ricostruendo di volta in volta il mosaico dell’esperienza mistica. Molteplicità di sensazioni, scintille incandescenti, pluralità di percorsi: tutto tende al cuore del mistero di D-i-o. Il poeta non è in grado di fare lunghi e complessi discorsi. Diviene profeta e testimonia la sua esperienza con il balbettio, riunendo le singole parole e i diversi momenti estatici in un canto unitario: la melodia di questo inno, la musica di quella sequenza, il grido pieno di angoscia e di liberazione dell’acclamazione alleluiatica…

Agli occhi di qualcuno tale linguaggio sembra avere un forte limite: è decisamente frammentario. Può affascinare, ma subito rischia di deludere, perché non prosegue su un binario chiaro e distinto, abbandona quasi a se stesso colui che ha intrapreso il cammino della ricerca e si è lasciato suggestionare dalla fiamma della poesia.

Di fronte al patrimonio poetico-musicale della liturgia si ha l’impressione di aprire lo squarcio in un mondo inconsueto che richiama per certi aspetti il Liber scintillarum del monaco Defensor di Ligugé (700 ca.). Basta lasciarsi toccare da poche scintille per sentire ridestarsi il cuore e l’intelligenza dal torpore, dall’abitudine che, stanca, si trascina e ci trascina con pesante tristezza sui libri senza riuscire a vivere un’esperienza di fede.

Veni, sancte Spiritus!

Veni, Sancte Spiritus, reple tuorum corda fidelium: et tui amoris in eis ignem accende: qui per diversitatem linguarum cunctarum, gentes in unitate fidei congregasti. Amen

Vieni, o Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore; tu che nella varietà delle lingue umane raduni i popoli nell’unica fede. Amen,


Leóš Janáček, Veni Sancte Spiritus (mottetto a 4 vp, registrazione dal vivo, Coro dell’Università Cattolica diretto da Angelo Rosso)

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