Archivum Musicae, Note d'Archivio

IL CANTO DI AMBROGIO

Preziosità organistiche

a cura dell’Archivio musicale dell’Angelo di Milano

da:

IL CANTO DI AMBROGIO

musiche per il tempo di Pentecoste  

Basilica di Sant’Ambrogio, Milano

Giovedì 16 giugno 2011

César Franck (1822 – 1890)

Preludio, fuga e variazione in si minore per organo op.18

(Andantino, Cantabile, Allegretto ma non troppo)

Organista: Alessio Corti

Organo della Basilica di SantAmbrogio

 Costruttore: Balbiani-Vegezzi Bossi; Anno: 1952

Il Prélude, fugue et variation in si minore op. 18 fa parte dei Six Pièces pour grand orgue ed è una pagina di fattura alquanto elegante.

Il tema del preludio ha un tono pastorale e ad esso risponde un altro tema, sempre nella tonalità di si minore, che costituisce la base armonica della variazione. Tra le due frasi si inserisce una fuga di luminosa purezza bachiana, secondo una scelta compositiva mai tradita da César Franck, la cui attività contribuì, intorno al 1850, al rilancio dell’arte organistica in Europa.

“Nel 1858 il trentaseienne Cesar Franck veniva nominato maestro di cappella e organista presso la chiesa parigina di Sainte-Clothilde. Già pianista di grande successo, stimato da Liszt anche come compositore, prevalentemente di opere per il suo strumento, Franck da qualche tempo aveva orientato i suoi interessi verso l’organo. Dieci anni prima, nel ’48, aveva ottenuto l’incarico di organista accompagnatore presso la chiesa di Notre-Dame de Lorette. Erano gli anni in cui la musica francese andava riscoprendo Bach, e chiarendo la conoscenza della sua produzione organistica; anche sulla scia delle soste a Parigi di virtuosi e interpreti come Adolf Friedrich Hesse e Jacques-Nicolas Lemmens. A questi interessi Franck partecipò attivamente. La Bach-Renaissance, più tardi, lo coinvolse profondamente (gli opera omnia della Bach-Gesellschaft cominciarono a comparire appunto nel 1850). Ora per lui era soprattutto il momento della conoscenza di uno strumento che trasferiva la tastiera, tanto familiare a lui, pianista di notevole virtuosismo, in una dimensione sonora assai più ampia, e dunque rispondente in molte cose alla sua sensibilità. E soprattutto in un contesto culturale imbevuto di quella spiritualità che a poco a poco andava innestandosi sui suoi ideali di artista. Gli anni Cinquanta sono per lui assorbiti in gran parte dallo studio dell’organo; con un particolare interesse per gli strumenti moderni costruiti da Aristide Cavaillé-Coll, autore del grande organo che già nel 1859 rimpiazzò il piccolo strumento a disposizione di Franck nella chiesa di Sainte-Clothilde.

Per questo strumento e su questo strumento Franck compose la parte più cospicua di quelle pagine organistiche che costituiscono il più rilevante frutto della sua creatività in quei primi anni Sessanta che lo videro continuare a trascurare il pianoforte e l’orchestra, abbandonati ambedue dal ’46. E anzitutto la grande raccolta composta fra il 1860 e il ’62, dunque subito all’indomani della costruzione del Cavaillé-Coll che per tutto il resto della vita Franck avrebbe avuto a disposizione: quelle Six pièces pour grand orgue che per più motivi avrebbero posto le basi della letteratura organistica del secondo Ottocento francese. In esse, accanto a una Fantaisie e alla presto celebre Grand pièce symphonique, a una Pastorale, a una Prière e a un Final, spiccava al terzo posto nella serie una composizione tripartita, che nel titolo ci suona oggi profetica dei due grandi trittici pianistici del più grande Franck: Prelude, fugue et varìation; più tardi (1878), rielaborata a cura dello stesso Franck per pianoforte o armonium.

In essa non si deve cercare, perlomeno non a quel grado di fusione estetica che rende grande e fascinosissimo l’ultimo Franck, la tensione storica del bachiano fervente unita alle torbide avventure cromatiche del wagneriano verace, che siamo soliti adorare nel Preludio, corale e fuga o nel Preludio, aria e finale. Bach e Wagner per Franck sono conquiste giunte a piena maturazione più tardi, e capaci di rendere al meglio nel clima abbondantemente nutrito di décadence degli anni Ottanta, quelli che videro nascere appunto i due grandi trittici pianistici. Però non è privo di interesse né di significato il fatto che ancora agli albori della rinascita bachiana Franck rendesse uno scoperto omaggio al puro strumentalismo contrappuntistico dell’opera per organo di Bach, resuscitando (sia pure con l’ampliamento a un terzo episodio variato), la gloriosissima coppia del Preludio e fuga: intesi in Bach come unitario accostamento dei vecchi principi cinque-seicenteschi della Toccata e del Ricercare; il momento improvvisativo-virtuosistico e quello speculativo – dottrinario.

Aspetti che nei due lavori della vecchiaia torneranno, splendenti come di oro antico, nel mescolarsi di storicismo e di presente, di misticismo e sensualità. E soprattutto resi grandiosi da uno specifico pianistico immanente alla stessa nascita dei due trittici, che segnano il ritorno tardivo di Franck allo strumento di cui era stato – e sempre era rimasto – esecutore di fortissime qualità. Mentre a quanto è dato di sapere, passione e studio non riuscirono mai a fare di lui organista altrettanto provetto, né come esecutore né come escogitatore di nuovi e pertinenti linguaggi strumentali. Sicché non sorprende che, a differenza della Grande pièce symphonique, che ha avuto ottima fortuna come documento della concezione fastosa dell’organo tardoromantico, Preludio, fuga e variazione sia divenuto invece relativamente noto soprattutto nella versione per pianoforte: quasi Franck si fosse reso conto solo a cose fatte di un permanere in lui della vocazione pianistica, e abbia adeguato la sua prima esercitazione postbachiana al linguaggio dello strumento che più tardi ne sarebbe stato il destinatario naturale, riuscendo subito a correggere l’«errore» di tiro compiuto in origine”.

                                                                                                                                      (Daniele Spini)

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