ricerca e musica viva. Ricordo di Wilhelm Krumbach

Ricordo di Wilhelm Krumbach, 
il musicista che ci ha insegnato a pregare con l’organo.

In una delle innumerevoli conversazioni musicali con Wilhelm Krumbach, il grande musicologo e organista tedesco di Landau che ha ispirato tanti percorsi musicali del Coro e degli Amici della Musica dell’Università Cattolica, ebbi l’ardire di chiedergli un articolo o un piccolo saggio sul linguaggio musicale, sia vocale sia strumentale, di don Allori. Era l’anno 1995 e ricorreva il 10° anniversario della morte del maestro di Gonnesa. Si noti che il mio ardire teneva conto della profonda conoscenza che il professore tedesco aveva delle pagine organistiche e corali di don Allori, sia per le partiture che io, man mano che venivano stampate dal Coro dell’Università Cattolica, gli consegnavo per il suo prestigioso archivio musicale, sia perché più volte le aveva ascoltate durante i concerti in cui mottetti e responsori di don Allori venivano alternati ai brani organistici interpretati da lui stesso. Ma soprattutto, per aver studiato e registrato oltre venti brani organistici che poi sono stati fissati in due cd dedicati al sacerdote musicista. In forza di tanta familiarità con questa musica e delle parole di apprezzamento sincero che manifestava per queste composizioni, feci la mia richiesta.

La sua risposta, come sempre calma e gentile, fu immediata: “non un articolo, non un saggio, ma un libro si renderebbe necessario per esporre, in modo adeguato, l’arte compositiva di don Allori”. L’arte di questa musica, diceva, ha radici nella più alta cultura musicale dei Palestrina, Frescobaldi, Bach, è nutrita da un sentimento musicale “mendelssohniano”, ed è armonicamente vicina alla concisione delle brevi, ma stupefacenti pagine pianistiche di Robert Schumann.

Quelle parole, pronunciate, in una mattinata successiva a uno dei tanti concerti che Wilhelm Krumbach teneva all’Università Cattolica, mentre prendevamo assieme un caffè al bar Carducci, accanto alla basilica di Sant’Ambrogio, mi stupirono e al tempo stesso mi indussero a ricercare nel tempo il senso più profondo di certe composizioni alloriane.

Oggi, che commemoriamo don Allori, è mio dovere, nell’ambito di questo convegno, far memoria del quinto anniversario della morte di Wilhelm Krumbach, avvenuta a Spira il 25 agosto del 2005.

E lo farò proprio cercando di evidenziare quei legami tra la musica di don Allori e i grandi maestri cui il professor Krumbach faceva riferimento. Ovviamente, non mi soffermerò a sottolineare il rapporto che le composizioni di don Allori hanno con il canto gregoriano e l’armonia di Johann Sebastian Bach, tanto studiata dal sacerdote di Gonnesa attraverso il Clavicembalo ben temperato. Legame, questo, piuttosto evidente e approfondito in altre occasioni.

Mi soffermerò invece a dar conto degli influssi frescobaldiani, mendelssohniani e schumanniani cui faceva riferimento il professor Krumbach e che appaiono più sottili e meno scontati. Ho scelto perciò quattro composizioni assai note di don Allori, due di polifonia a cappella: O vos omnes a quattro voci miste del 1981 e Christus factus est del 1983; e due per organo: Corale con durezze e ligature e Elevazione per organo.

O vos omnes a 4 v.m. Christus factus est a 4 v.m.
Corale con durezze e ligature per organo Elevazione per organo

I primi brani, vocale e strumentale, risentono chiaramente dell’influsso frescobaldiano. Non già per il riferimento esplicito che il Corale ha nel titolo e che richiama la celebra Toccata di Frescobaldi “con durezze e ligature”, ma per l’espressione così austera e densa che sia O vos omnes sia il Corale sottendono.

Le durezze nella musica del XVI secolo sono sinonimo di dissonanza, che è anche una sorta di prescrizione espressiva opposta a quella “con grazia” o “con dolcezza”. Esse diventano una peculiarità, quasi la firma del compositore che sa utilizzarle nell’ambito del gioco della creatività. Con le durezze le modulazioni, dense di sonorità, risultano ardite e raggiungono fini espressivi attraverso il colore particolare dell’armonia creata, una coloritura che diviene segno distintivo della sensibilità musicale del compositore. Questa sensibilità si esprime perciò attraverso gli elementi musicali di contrasto, tra accordi solenni energici e possenti che preludono a cadenze dolci e raccolte da un’intima soggettività fattasi sentimento interiore e profondo.

Una irrequieta sensibilità armonica caratterizza il Corale con durezze e ligature in do minore e il responsorio O vos omnes in la minore: le durezze sono in entrambi i casi concentrate in una sequenza di accordi prevalentemente dissonanti, provocati da una serie di legature di valore che si intrecciano costantemente dando vita a una serie di fluttuazioni armoniche dove il gusto del far confliggere le melodie delle voci diviene un arduo impegno di ponderazione e di meditata attenzione da parte del compositore. Per ottenere la cifra espressiva più vera della composizione con i suoi ritardi armonici, cadenze evitate e procedimenti cromatici tali da creare una vera instabilità tonale, è importante dare la giusta proporzione a quelle sonorità in contrasto. Lo sanno bene sia gli organisti sia i cori che eseguono queste composizioni. È necessario un uso del tempo adeguato, tale da favorire l’espandersi dei flussi armonici e dunque del colore espressivo del sentimento. Il tutto in quella concisione armonica equilibrata così come raccomandava Robert Schumann.

È questo che forse intendeva il professor Krumbach quando, rispondendo al mio quesito, disse che il linguaggio musicale di don Allori va compreso della cultura dei grandi: Palestrina, per la levigatezza delle voci polifoniche; Bach, per la potente struttura melodica-armonica delle singole tonalità; Mendelssohn, per il forte sentimento di memoria che il suo procedere armonico evoca quasi sempre; e Schumann, per la perfetta concisione con cui dispone verticalmente le voci  e che genera una espressività data dalla perfezione delle armonie.

Alla luce di queste considerazioni, pensare di rivisitare molte pagine di don Allori, fra le quali quelle che ascolteremo anche in queste giornate – che sono quelle più note – è compito assai lungo. Un musicologo di rango come Wilhelm Krumbach bene aveva individuato i punti di complessità del linguaggio alloriano che, in particolari composizioni, rivela un ardore di commovente umanità: pagine sorrette da un gusto non intellettualistico e attraversate da mistici significati di preghiera, come si ritrova solo in quella letteratura corale e organistica liturgica in cui la musica cattolica assume una perfetta forma d’arte, in sommo grado nella musica di Frescobaldi.

Una musica d’arte per lo più caratterizzata da un ascetismo della scrittura e da spogli ma raffinati mezzi tecnici in cui si recupera ora l’antica vocalità mottettistica, ora il senso più profondo del suono armonico. Trasparenza del tessuto sonoro e raccolta devozione danno vita a pagine di alta spiritualità espressa con modalità tutta moderna. I significati attribuiti alle composizioni di don Allori sono dentro la musica, non già nelle intenzioni interpretative degli esecutori o nella destinazione liturgica dei singoli brani: vanno ricercati nella radice culturale del suo linguaggio musicale, in quel procedere lento e costante tipico di chi concepisce il tempo e la propria azione quotidiana come preghiera e autentica passione per la vita.

È a partire da questa concezione che don Allori ha maturato instancabilmente le bellissime pagine del responsorio Christus factus est e del brano Elevazione per organo, due autentiche perle del catalogo alloriano. In entrambe le composizioni don Allori usò l’artificio retorico denominato “passus duriusculus” e costituito da un cromatismo fatto di semitoni discendenti che raffigurano dolore e afflizione, secondo  la concezione tutta barocca, ma che risale a sant’Agostino, della rappresentazione retorica come filtro tra ragionamento e la spontaneità espressiva. Per sant’Agostino, infatti, la retorica era la disciplina dell’ordine interiore, praticata con costanza. Lutero, muovendo dalla concezione retorico-musicale agostiniana, definisce il carattere originario della musica “evangelico”, e perciò la retorica costituisce un momento della profezia, dell’invenzione artistica, espresse in forma chiara e intellegibile: perciò la musica viene considerata anche una vera e propria terapia dell’anima, quando essa ha una sua valenza discorsiva e ha l’impronta di una memoria impartita. Solo il ponte tra memoria storicizzata e produzione del memorabile può rendere la musica elemento di salvezza. Da questa concezione del monaco agostiniano derivano l’alta considerazione e il ruolo di spicco di cui gode la musica nel mondo tedesco, non solo luterano: una considerazione e un ruolo che non confinano quest’arte a un suo mondo elitario, ma la portano nella vita dell’uomo, nella sua esperienza quotidiana e di fede. Ed è proprio questo il dono più importante che il professor Krumbach ci ha lasciato, la sua capacità di vivere e far vivere la musica con semplicità e altissima dottrina al tempo stesso.

Angelo Rosso

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